50 anni fa il Bloody Sunday.

C’è ancora chi ha il coraggio di marciare e morire per i propri diritti?

Il 30 gennaio 1972, 14 civili furono uccisi dall’esercito britannico mentre stavano partecipando a una marcia pacifica in difesa dei diritti civili organizzata dalla Northern Ireland Civil Rights Association. La strage della domenica di sangue rappresentò la pagina più buia dei cosiddetti “Troubles” e portò a un’escalation di una guerra a bassa intensità che durò decenni.

Quel giorno in 50 mila avevano risposto all’appello e si erano riuniti a Bogside, nella periferia di Derry. Quando la marcia giunse a Creggan, un complesso di case popolari, 26 civili furono colpiti. Le vittime riportavano anche ferite causate da proiettili di gomma, da colpi di manganello; alcuni erano stati investiti dai mezzi dell’esercito. Morirono in 13 quel giorno; la quattordicesima perì quattro mesi dopo a seguito delle ferite. Almeno 5 vittime furono raggiunte alle spalle, mentre fuggivano, dai colpi sparati dal primo Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito britannico. Tutti cattolici i morti; in 6 avevano appena 17 anni.

L’Irlanda del Nord è attualmente l’unico caso di colonialismo “esplicito” in Europa, cioè l’unico territorio “occupato” da un altro Stato seppur facente parte di un suolo “straniero”.

La situazione attuale nell’Irlanda del Nord politicamente non è certamente migliore delle precedenti, anche se sono sempre in corso trattative tra Dublino e Londra per la riunificazione dell’isola verde. Quando e come non è dato sapere.

Ma se l’Irlanda del Nord è l’unica colonia europea visibile geograficamente, esiste un’altra colonia nel vecchio continente che in tanti, a torto, credono faccia parte legittimamente di uno stato unitario. Agli abitanti di questa colonia invisibile sono perfino negati i diritti costituzionali, garantiti invece, a loro spese, all’altra metà della popolazione.

Vedremo mai manifestazioni lungo le strade di questa colonia invisibile per denunciare le ingiustizie subite e per lottare affinché siano garantiti a tutti gli stessi diritti?

Vedremo mai il sorgere di associazioni e di un partito politico (in Irlanda c’è Sinn Féin) che lottino per questi ideali?

In Irlanda, per liberarsi dai britannici, si ricorse addirittura alla formazione di un esercito clandestino di liberazione. Altri tempi, mi si dirà, ma gli ideali non hanno tempo e certamente io non auspico un esercito di liberazione.

Ma se nel 2010, dopo 38 anni, il governo inglese, per bocca dell’allora premier Cameron, chiese pubblicamente scusa al governo irlandese, quanto tempo dovremo attendere noi per ascoltare le stesse scuse da un premier italiano alle quali faccia seguire un nuovo corso politico per il Mezzogiorno?

Ecco questo è il mio auspicio! Ma affinché si avveri, qualora la sola azione politica non dovesse più essere sufficiente, bisognerà scendere per le strade, bisognerà manifestare e gridare e lottare per i diritti negati. Affinché tutto ciò accada, c’è bisogno di una condizione imprescindibile: la coscienza di popolo…quella che è ancora troppo latente a tutti i livelli. C’è bisogno di unione, contro le divisioni, troppe, che lacerano il Mezzogiorno. C’è bisogno, insomma, di una nuova coscienza meridionalista.      

d. A.P.

 

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