Ci provano in tutti i modi: dall’interno, dall’esterno, organi di informazione e istituzionali. Tutti contro i giallo-verdi. La tensione tra M5S e Lega, nonostante il contratto e la mediazione di Conte, è palpabile a causa delle manine e delle divergenze politiche. E intanto a  Bruxelles la manovra economica viene bocciata. Ovviamente. 

Di proposito non ho scritto degli eventi che hanno caratterizzato la politica italiana in questo ultimo mese tutti incentrati sulla manovra economica. Ho preferito, infatti, attendere gli sviluppi con il presentimento che si stesse andando verso un punto senza ritorno. Insomma il grande principe de Curtis avrebbe detto, osservando il tutto attentamente, “Chissà sto stupido dove vuole arrivare”.

Ed è quello che mi sono chiesto anche io, attendendo fino all’inverosimile per esprimere un giudizio. Tesa da troppi attori e da troppe forze che vogliono prevalere, la corda rischia seriamente di spezzarsi con buona pace di tutti: innanzitutto degli organi di stampa e delle televisioni; dei giornalisti da strapazzo e di quelli schierati; degli economisti dell’ultim’ora e di quelli della prima ora; di Boeri e dei suoi 100 miliardi; di Bankitalia e dell’Ufficio Parlamentare per il Bilancio; della Corte dei Conti, del FMI e dell’ONU; e ancora dello spread, delle borse, dei fondi di investimento, delle agenzie di rating e del downgrading, di Junker, di Moscovici, di Macron, della Merkel, delle manine e delle manone. 

Aggiungerei alla lista anche Topolino, Minnie, Paperino, Paperina e Mano degli Addams perché, se non lo sapete, anche loro sono contro questo governo. E sembra sia stata proprio lei, MANO, a scrivere fesserie, senza farsi notare, sul documento del decreto fiscale. E non una volta sola e non solo sul decreto fiscale, ma anche sul decreto dignità. Ricordate gli 8 mila posti di lavoro in meno l’anno introdotti come stima all’interno della legge firmata Di Maio? Era luglio ed è stata lei a inserirli! Lei che tuttavia ha dato il meglio di sé quando si è trovata alle prese con il decreto fiscale: ha partorito infatti l’assegnazione di 84 milioni in tre anni alla CRI, poi l’abolizione del numero chiuso a Medicina e ha concluso col botto con la depenalizzazione del riciclaggio e della frode, lo scudo fiscale per i capitali all’estero e il tetto di 100 mila euro annui moltiplicato per ogni imposta evasa. Indiscrezioni di Palazzo, sostengono che lavori per Salvini.  

I liberali obiettano la non sostenibilità della politica economica di questo neo-radicalismo, dimenticando però che per anni hanno presentato come normali e inevitabili quelle che erano politiche contestabili e contestate che venivano però presentate come prive di alternativa (J. Zielonka – Il Fatto – 5 ottobre).

Non ho letto, in questo periodo, giornali o guardato trasmissioni che non fossero contro la manovra e contro il governo a prescindere. Paventando la fine del mondo, dal Corriere della Sera, a Il Mattino passando per il Sole 24 ore, da W L’Italia a Di Martedì, e in mezzo metteteci tutti quelli che volete, è costantemente un assalto al fortino. Si comincia dalla fine di settembre e si continua fino ad oggi. Gli eventi li conoscete tutti: da quando il governo ha annunciato il 2.4%, tutti i patrioti italo-europei si sono stracciati le vesti. Gli spifferi anti-italiani a Bruxelles, le minacce europee di ristrutturazione del debito e Michele Boldrin che, dalle pagine on line de Linkiesta, prende in giro il premio Nobel dell’Economia Stiglitz sulle cui teorie è basata una manovra economica che sfida le regole più elementari della finanza e del credito; solo per citarne alcuni. E, tuttavia, proprio nelle parole di Boldrin risiede il senso di questa manovra: è una sfida! A chi? Ad un modo elitario di intendere la finanza, i mercati e l’economia in generale. Jan Zielonka lo afferma su “Il Fatto” del 5 ottobre scorso. Professore di Politica europea a Oxford, Zielonka è una delle voci più autorevoli nel dibattito europeo nel sostenere che non si può accettare il principio per il quale le agenzie di rating e la Borsa debbano decidere le politiche economiche di un governo eletto: dove andrebbe a finire la democrazia? La realtà dei fatti è, quindi, che ci troviamo di fronte ad una sfida del tutto ideologica, afferma Zielonka, tra i liberali che hanno creato questo sistema di integrazione, sovranità condivisa, politica comune per i migranti, area Schengen, moneta unica ed economia neoliberale e nuovi politici o vecchi politici che tornano con politiche radicali. Ma trattasi anche e soprattutto di una guerra di poltrone, perché personaggi come Junker e Moscovici, dovessero rimanere fuori dal circolo europeo, non avrebbero nessuna poltrona alternativa ad attenderli, se non quella di casa. I liberali obiettano la non sostenibilità della politica economica di questo neo-radicalismo, dimenticando però che per anni hanno presentato come normali e inevitabili quelle che erano politiche contestabili e contestate che venivano però presentate come prive di alternativa (J. Zielonka – Il Fatto – 5 ottobre). Nel momento in cui un’alternativa si presenta, la si contesta come insostenibile: si veda la potenza di fuoco scagliata contro il reddito di cittadinanza. Zielonka spiega, invece, come una simile misura rientri nella logica tradizionale dell’helicopter money: i politici precedenti l’hanno fatto attraverso la politica monetaria e le banche, i nuovi movimenti propongono politiche radicali per mettere quei soldi in tasca ai loro elettori più bisognosi. Ma fondamentale resta tenere insieme i vari aspetti della società come il commercio, la sicurezza, le migrazioni e la crescita attraverso il benessere del paese.

Quando c’è davvero aria di crisi oltre allo spread Btp-Bund si muove in modo molto più violento l’indice che misura la differenza dei rendimenti tra i Btp a 10 anni e quelli a 2 anni (fonte Il Sole 24 Ore). Questo parametro ci dice se realmente è in atto una fuga di capitali dall’Italia quanto più si avvicina allo zero, fatto che non sta per niente verificandosi.

A tal proposito ricorderete come la presentazione della NADEF sia stata accolta da fuoco e fiamme da parte di giornalisti ed economisti che accusavano il governo di incompetenza e di mandare in fumo i risparmi degli italiani attraverso l’aumento dello spread. Due esempi su tutti:Cancellato e Fubini. Il primo che non individua nel documento indicazioni su come si intenda crescere e dove si reperiscano i fondi per assicurare un futuro sereno al paese; il secondo che su La7 arriva ad accusare Borghi di Insider Trading sui titoli di stato italiani. Qui troverete l’ultima NADEF del governo Gentiloni e qui quella dell’attuale governo: a voi trovare le differenze circa i dubbi di Cancellato. Resterete delusi! Perché la Nadef non è il Def e ad una lettura attenta i due documenti (governo Gentiloni e Governo Conte) sono equiparabili. Ma, generalmente, una nota di aggiornamento indica le linee guidada seguire, mentre un def le sviluppa. Questo la dice lunga sulla preparazione economica di certi giornalisti, così come anche le attività di Fubini parlano per lui. Federico Fubini, vicedirettore ad personam del Corsera, risulta nel board dei consiglieri di Open Society Europe, cioè il ramo europeo dell’associazione di Soros di stampo antinazionale e che appoggia apertamente l’immigrazione dall’Africa.  Quale affidabilità possono avere le affermazioni di un simile personaggio? La stessa che possono avere quelle di Boeri o di Bankitalia; o ancora dell’Ufficio Parlamentare per il Bilancio che è di fatto un organo UE all’interno del governo italiano, e via dicendo. Di altrettanta poca affidabilità godono lo spread e le agenzie di rating. Non tutti sanno infatti che l’indice al quale guardano i grandi investitori non è lo spread a 10 anni ma quello a 2. Per intenderci quando c’è davvero aria di crisi oltre allo spread Btp-Bund si muove in modo molto più violento l’indice che misura la differenza dei rendimenti tra i Btp a 10 anni e quelli a 2 anni (fonte Il Sole 24 Ore). Questo parametro ci dice se realmente è in atto una fuga di capitali dall’Italia quanto più si avvicina allo zero, fatto che non sta per niente verificandosi. Se poi Moody’s declassa l’Italia e lo spread a 10 anni naviga intorno ai 315 p.b. (ieri ha chiuso a 315,70), si intuisce di quale credito goda un’agenzia che ha patteggiato circa 900 milioni di dollari di multa per aver gonfiato i rating dei mutui ipotecari rischiosi negli anni che portarono alla crisi del 2008 (Cottarelli, non io, ha detto che finché il differenziale si mantiene intorno ai 300 p.b. non siamo in pericolo).

Degno di nota è anche il fatto che l’ABI riporti come, in questo periodo, i tassi sui prestiti siano scesi ai minimi storici mentre sale il numero delle operazioni e JP Morgan faccia acquistare ai suoi investitori i titoli decennali italiani: verrebbe da dire un bel vaffa allo spread. Forte quanto la balla che ad ogni sua variazione al rialzo corrisponda un interesse maggiore dei mutui che, invece, vengono calcolati sull’EURIBOR. Tutti gli scienziati ed i professoroni che sono andati in televisione a parlarne o ne hanno scritto sui giornali, sanno bene quello di cui sto scrivendo, ma se ne guardano dal divulgarlo perché è roba che sovvertirebbe il mercato da essi stessi creato.

Il maxi condono, infatti, è stato creato ad arte da Salvini e dai suoi per spuntare condizioni migliori nella manovra che favoriscano il nord ai danni del sud. Continua la visione di un’Italia spaccata dove una parte che produce è da sostenere e l’altra che “riposa” è da abbandonare.

Poi ci sono i giornalisti economici, o pseudo tali, quelli dei se e dei ma, vedi sempre Cancellato su Linkiesta, che si domandano “e se non cresciamo dell’1.6%? e se non riusciamo a trovare 13 miliardi da tagliare? e se la crescita sarà più bassa e ci saranno tagli alla spesa?”. A questi puoi solo rispondere con altre domande del tipo: “e se non fossimo andati sulla Luna? E se Fleming non avesse scoperto la penicillina? E se domani mattina faccio un incidente?”. Questi sono i parassiti dell’immobilismo italiano quelli che se va bene a me, del resto me ne frego. L’immobilismo, il ristagno degli investimenti, anni di fiscal compact nella speranza di giorni migliori, hanno portato il paese all’attuale stremo. I saldi di bilancio decisi dal governo, infatti, sfidano l’assioma politico del taglio del deficit come unica via per la riduzione del debito (fiscal compact). Occorre, pertanto, un’inversione di rotta radicale. Anche e soprattutto dall’interno, cioè da come e da dove si voglia partire in Italia per la ripresa economica. E su questa materia, purtroppo, il governo sta balbettando alla luce di quanto accaduto con il famoso articolo 9. Il maxi condono, infatti, è stato creato ad arte da Salvini e dai suoi per spuntare condizioni migliori nella manovra che favoriscano il nord ai danni del sud. Continua la visione di un’Italia spaccata dove una parte che produce è da sostenere e l’altra che “riposa” è da abbandonare. E così sono scomparse, tra le altre, proposte come l’equiparazione delle tariffe RC-auto, la sanatoria per Ischia, per far posto al  mini-condono senza sanzioni penali per le dichiarazioni integrative, all’eliminazione degli emendamenti pentastellati su migranti e legittima difesa. Salvini è stato abile, Di Maio ingenuo. Ad aprirgli gli occhi, infatti, è stato il Quirinale, fatto sottaciuto da tutti gli organi di informazione, al quale è giunta eccome, dai tecnici del Mef, una bozza ufficiosa del decreto fiscale per un’analisi preliminare. Nel passaggio qualcuno, però, ha trasformato il condonino in condonone che è stato, quindi, rispedito al mittente con le dovute correzioni sulla sanatoria penale. Nessuno, né Di Maio, né Salvini, né Conte, aveva firmato un documento ufficiale: questo il senso della pronta smentita del Colle, la sera della denuncia a Porta a Porta.

Siamo di fronte a persone che affermano di non credere che ulteriori debiti faranno crescere l’economia italiana e che il debito pubblico è nemico dell’economia, del popolo e della crescita. Capite da soli, di fronte a tali affermazioni, che Moscovici e Dombrovskis le pagine della manovra non l’hanno neanche aperte. È lo stesso refrain dettato da una visione pregiudiziale, dogmatica e religiosa dell’economia che non ammette altro dio al di fuori di sé.

E in questa breve cronostoria della manovra italiana, si aggiunge la bocciatura di ieri della manovra da parte di Moscovici e Dombrovskis che ripetono la stessa cantilena da un mese a questa parte: “La manovra italiana presenta una deviazione particolarmente grave”. Il giudizio riguarda il deficit strutturale ossia al netto del ciclo economico e delle misure temporanee. Il governo Conte prevede che nel 2019 esso aumenti dello 0.8% del Pil mentre l’UE chiedeva di ridurlo dello 0.6%. Ma è un cane che si morde la coda: siamo di fronte a persone che affermano di non credere che ulteriori debiti faranno crescere l’economia italiana e che il debito pubblico è nemico dell’economia, del popolo e della crescita. Capite da soli, di fronte a tali affermazioni, che Moscovici e Dombrovskis le pagine della manovra non l’hanno neanche aperte. È lo stesso refrain dettato da una visione pregiudiziale, dogmatica e religiosa dell’economia che non ammette altro dio al di fuori di sé.

Ora, per ritornare al Principe de Curtis, si tratta di capire lo stupido dove vuole arrivare. Il primo stupido è questa Europa ancorata al neoliberismo economico che tiene sotto ricatto i più deboli per favorire i più forti ignorando che siffatto comportamento porterà alla disgregazione dell’Unione; l’altro è Salvini che sta scherzando col fuoco, forte dei sondaggi, per imporre la sua linea ai cinque stelle. Il prossimo banco di prova saranno le autonomie regionali, incostituzionali così come richieste dalla Lega. Se il leader del carroccio dovesse preferirle alla sopravvivenza del governo, il Sud, si spera anche quello incompetente e opportunista che ha votato Lega il 4 marzo, saprebbe da quale parte schierarsi. Si spera!

d.A.P.

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