Aggiungi un posto a tavola.

Il rottamatore abbandona il PD, ma, diversamente da altri suoi illustri predecessori, lo fa con una strategia ben precisa.

E alla fine anche Renzi se ne va. L’altro Matteo, con la crisi di agosto, era in procinto di fargli saltare tutti i piani, ma lui, Renzi, richiamato dal senso di responsabilità nei confronti dell’Italia e degli italiani, ha messo su il Conte 2 o bis che dir si voglia. Con il senno di poi, ma non ci voleva la zingara, la direzione presa dal suo senso di responsabilità si è rivelata al mondo: un partito tutto suo! Speriamo per lui non si chiami davvero “L’Italia del sì”, visto che ultimamente questo “sì” non porta tanto bene a chi lo usa.

Ha comunque impiegato poco tempo a chiudere il cerchio, Renzi, segno che lavorava da molto al suo progetto. Una arguta strategia per ritornare ad essere protagonista sulla scena politica del bel paese. E, a ragion veduta, la crisi di agosto gli ha dato una grossa mano sia a livello mediatico che strategico. Pensateci: l’8 di agosto il mojitaro decide di far saltare il banco, consegnando di nuovo l’Italia agli speculatori internazionali. Interviene Renzi che, con la regia di Franceschini, organizza l’accordo con i 5 stelle. Alla sola notizia lo spread, balzato oltre 200 punti base, inizia a calare fino a scendere sotto 150 con la nascita del Conte 2. Renzi salvatore della patria, ma si tiene ben lontano dall’occupare posti rilevanti nel nuovo governo. Manda avanti i suoi: la Bellanova all’agricoltura, la Ascani viceministro all’istruzione. Fiutata la magagna, Franceschini e Zingaretti tentano di mettere pezze allontanando i fiorentini dai sottosegretariati. Renzi, allora, accelera e cala l’asso. È scissione! Questa la sintesi, ma la sostanza è ben diversa.

In realtà il Matteo fiorentino, che in politica  ha il fiuto di una volpe, ha condotto il carrozzone governativo dove voleva e cioè a non poter fare a meno di lui! Si è abilmente ritagliato uno spazio, o una poltrona se vi piace seguire le mode linguistiche del momento, al tavolo che conta. Tutte le rassicurazioni sul sostegno al governo valgono come un due a briscola. Giuseppe Conte è passato da un Matteo all’altro e la storia non è cambiata; anzi se vogliamo la situazione è anche peggiore della precedente. Perché Renzi non è Salvini. Il secondo, istintivo e grottesco nella strategia politica quanto nel linguaggio, non è per nulla paragonabile al primo, fine calcolatore e arguto quanto pungente oratore. Il suo partito sta prendendo forma e nascerà alla prossima Leopolda; saranno poi le urne a confermarne o meno il successo. Di sicuro, al momento, l’insuccesso è tutto della sinistra, sempre più frammentata e sempre più confusa. Retaggio democristiano e di tangentopoli.

Resta il fatto che Conte ha poco da star sereno: si ritroverà al tavolo di nuovo con un Matteo, e non è un buon affare. Dovrà tenere ben aperti gli occhi perchè il senso di responsabilità di Renzi è volubile almeno quanto l’irresponsabilità di Salvini. E se fallisce sul 2, per Conte non ci sarà un 3. Nel qual caso, la rappresaglia del nord nei confronti del sud sarà ancor più spietata di quanto si possa immaginare.

d.A.P.     

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