Assalto a Fort Knox

Il Banco di Napoli perde definitivamente la sua autonomia e verrà assorbito da Intesa San Paolo nell’ambito della razionalizzazione delle attività e del nuovo piano industriale al 2021. Seppur controllato al 100% dalla cordata lombardo-piemontese, fino ad oggi Banco di Napoli godeva di una forma giuridica separata e di autonomia decisionale. Tutto questo non sarà più a partire dal prossimo novembre. Ma le ragioni? L’AD Messina si è affrettato a dichiarare che trattasi semplicemente di “un passaggio di un più ampio processo di semplificazione che riguarda tutte le banche del Gruppo dotate di entità giuridica diversa da quella di Intesa Sanpaolo”; passaggio che prevede il riassetto del risparmio gestito e delle assicurazioni e il taglio dei costi con il pesante tributo del personale. Inoltre, il Banco di Napoli, tra le banche del gruppo “autonome”, è la più importante. Messina, poi, tralascia un aspetto importante della faccenda: MIFID 2. Ma facciamo un po’ di passi indietro.

Storicamente il Banco di Napoli trae le sue origini dai cosiddetti banchi pubblici dei luoghi pii sorti a Napoli tra il XVI ed il XVII secolo. In particolare da uno di questi, il Banco della Pietà, sorto nel 1539 per concedere prestiti su pegno senza interessi insieme ad altri “istituti” che vennero fondati a Napoli fino al 1640. Fu poi Ferdinando IV di Borbone nel 1794 a riunirli tutti nel Banco Nazionale di Napoli. Al tempo dei Borbone le attività del Banco erano intimamente legate al territorio ed al suo tessuto imprenditoriale. Inoltre, dopo la restaurazione, la ragionevolezza dei regnanti di Napoli fece sì che il Banco di Napoli mantenesse tutte le modifiche, sia istituzionali che fisiche, che i napoleonici avevano introdotto all’interno dell’Istituto e che lo avevano reso per l’epoca molto all’avanguardia. E nel 1861, i piemontesi si trovarono a gestire la banca più importante, per storia e per capitale, della penisola. L’espansione post annessione ha inizio con la creazione di una cassa di risparmio, successivamente incorporata, e con l’apertura delle prime filiali fuori dall’area meridionale: Firenze (1867), Roma (1871) e Milano (1872). Fu creata altresì, una sezione di Credito Agrario con il primario compito di finanziare lo sviluppo dell’agricoltura meridionale. Sempre sotto i savoiardi gli fu conferito il diritto di emettere carta moneta insieme ad altri cinque istituti di credito che si ridussero a tre in seguito allo scandalo della banca Romana dalla quale nacque, successivamente, la Banca d’Italia che, insieme al Banco di Napoli e al Banco di Sicilia, rimasero le uniche ad emettere moneta: questo ci fa capire la considerazione e l’affidabilità delle quali godeva l’Istituto bancario presso l’usurpatore e nel resto d’Europa. Nonostante le ruberie sabaude, agli inizi del XX secolo (nel 1926 sarà solo la Banca d’Italia ad emettere carta moneta) il Banco deteneva una riserva aurea di circa un miliardo di lire dell’epoca: una somma superiore alle riserve di tutte le altre ex banche di emissione messe insieme.

Inoltre il regno savoiardo investì il Banco di Napoli (forse per farsi perdonare di aver scatenato il fenomeno emigrazione, o molto più probabilmente per l’affidabilità e la garanzia del buon nome dell’Istituto), della concessione governativa in via esclusiva per la raccolta delle rimesse degli emigrati dagli Stati Uniti autorizzandolo ad aprire una filiale a New York nel 1909, i cui agenti erano diffusi in tutte le località dove si trovavano italiani. Il Banco fu altresì autorizzato ad operare con il Credito Agrario, oltre che Fondiario istituendo delle apposite Sezioni Speciali dove venivano esercitati questi crediti specializzati. Accanto alle operazioni, diciamo così, istituzionali, il Banco operava in prima fila per lo sviluppo economico e commerciale del mezzogiorno, finanziando imprese ed agricoltura. In particolare dopo la crisi del 1929, assunse un ruolo fondamentale per il salvataggio delle piccole banche del Sud Italia e dal dopoguerra, insieme all’ISVEIMER, del quale deteneva il 28.5%, e alla Cassa del Mezzogiorno fu il vettore finanziario attraverso il quale lo stato operò la politica per lo sviluppo dell’industria (seppur settentrionale) nel meridione d’Italia. Nel 1983, poi, viene nominato direttore del Banco il prof. Ferdinando Ventriglia al quale si deve la grande ascesa dell’Istituto Bancario e al quale sono indissolubilmente legate tutte le vicende successive. Ma chi era “Re Ferdinando”? Innanzitutto fu il capro espiatorio di una vicenda che vide confrontarsi, all’epoca, cattolici e massoni e vide, altresì, il boicottaggio del Banco da parte della politica ascara meridionale al fine di farlo andare gambe all’aria per salvare BNL e INA. Dite che non è vero? Andiamo per gradi: Ferdinando Ventriglia, classe 1927, nacque a Capua, si diplomò a 16 anni e si laureò in Economia alla Federico II a 20. Figlio di una formazione di altri tempi, improntata sulla ferrea disciplina borbonica, venne assunto nel 1947 al Banco di Napoli dove cominciò all’Ufficio Studi, costituito, primo in Italia, nel 1931, e la cui funzione era quella di monitorare l’economia del territorio; possedeva anche una propria rivista, la “Rassegna Economica”, oggi gestita dall’Associazione Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, che ha ereditato il patrimonio informativo e di competenze del vecchio Ufficio Studi. Ventriglia, quindi, che intanto si era iscritto alla FUCI, inizia a lavorare in una Napoli nella quale il potere era rappresentato dalla DC mentre, all’epoca, la finanza meneghina era dominata dalla “Compagnia dei liberi muratori” (che per chi non lo sapesse è una loggia massonica). Il nome di Ventriglia, giovane brillante, giunse all’orecchio di Pietro Campilli ministro dc per il Mezzogiorno artefice, con De Gasperi, del prestito statunitense di 100 milioni di dollari, che lo porta a Roma come suo braccio destro. Nei primi anni sessanta passa al Tesoro con Emilio Colombo. Nel ’66 torna al Banco di Napoli come direttore generale, ma già nel ’69 viene richiamato a Roma per risanare il Banco di Roma (istituto dell’IRI ed azionista e finanziatore di Mediobanca….ci state arrivando vero?). A Roma resta fino al 1975 risanando e rafforzando il bilancio patrimoniale del Banco di Roma. E, sempre a Roma, incontra Sindona, figura di spicco del potere abile a spostare oltre confine i soldi del Vaticano, il quale coinvolge lui e la Banca di Roma nella vicenda. Quando la Banca Privata di Sindona finisce in bancarotta, quest’ultimo accusa Ventrigla che, convocato dai giudici, ne esce pulito. Si vociferò che per farla franca avesse utilizzato la famosa “lista dei 500” ovvero i nomi di coloro che avevano esportato denaro grazie a Sindona. Tuttavia da quel momento in poi “Re Ferdinando” sarà pieno di nemici. Uno di questi, il suo nemico giurato Ugo La Malfa, a sua volta amico di Enrico Cuccia, sarà l’artefice della sua mancata nomina alla presidenza della Banca d’Italia. Lo scontro tra le due finanze, del nord e del sud, massonica l’una e cattolica l’altra, costituisce lo sfondo sul quale si determina il fallimento del Banco di Napoli per il risanamento di BNL e INA; uno scontro che attraversa la storia di questo paese fin dalla sua unificazione. Intanto Ventriglia torna al Tesoro e fa in tempo a salvare l’Italia attraverso il Fondo Monetario nel bel mezzo delle due crisi petrolifere. Poi nel 1977 diventa presidente dell’ISVEIMER e dal 1983, appunto, direttore generale del Banco di Napoli. Se è vero che durante la sua presidenza i giochi si compiono, è altrettanto vero che la sua gestione conduce il Banco di Napoli a diventare molto influente nel quadro economico-bancario italiano e a dare terribilmente fastidio alle banche lombardo-piemontesi arrivando a contare oltre 700 sportelli in tutta Italia; centro-nord compreso, dove è la banca preferita dagli emigrati. Di contro le banche centro-settentrionali al sud arrancano. Poi, però, il sistema di potere inizia a sfaldarsi: le varie correnti della DC, il PSI e il PCI, che a Napoli dal 1975 è partito al potere. Tutti attingono alla Banca di Ventriglia che per tappare i buchi delle spartizioni, sopravaluta le attività e svaluta le passività (manovre lecite intendiamoci) per spalmare le perdite su più anni. Tuttavia riesce solo a rimandare il duello finale: nel 1993 viene a mancare la Cassa per il Mezzogiorno mettendo in crisi le piccole e grandi aziende del Sud che per andare avanti si erano indebitate contando sulla garanzia pubblica. Due le alternative: o si rinegozia il prestito o non lo si restituisce. Intanto due anni prima la legge Amato aveva trasformato le banche in s.p.a. rendendo di fatto possibile le scalate da parte della finanza più aggressiva e Basilea I aveva preparato il terreno nel 1988 sotto forma di garanzia sul capitale minimo delle banche. Ventriglia, consumato da un cancro, che lo porterà alla morte nel 1994 a 67 anni, vede la sua Banca sfuggirgli di mano: gli viene notificato un avviso di garanzia e gli ispettori della Banca d’Italia iniziano a scavare nei libri. Tuttavia è lo stesso Ventriglia a suggerire la via d’uscita attraverso la cosiddetta legge Sindona alla quale lui e Carli avevano lavorato ai tempi del crac della Banca Privata. La Banca d’Italia eroga un prestito al Banco di Napoli all’1% per un importo pari ai titoli di stato concessi in garanzia e il Banco di Napoli crea la SGA (Società per la Gestione di Attività) come società di veicolo (oggi bad bank) che, con il prestito ottenuto, a sua volta acquista tutti i crediti a rischio (all’epoca 17.400 miliardi di lire) al prezzo scontato di 12.442 miliardi di lire. Il finanziamento girato dal Banco a SGA al tasso di mercato del 9,6%, rende in questo modo anche benefici sul conto economico. E il debito della SGA si è annullato nel 2003 quando la società ha restituito alla Banca d’Italia 3 miliardi e 583 milioni di euro! Infatti 13 anni dopo (2016, giorni nostri) SGA è stata acquisita per 600 mila euro dal Tesoro e verrà utilizzata per il passaggio delle banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca) a Intesa attraverso il “metodo Ventriglia”! lo stesso Ventriglia prima e Minervini poi, si battono per il riconoscimento del valore di avviamento del “nuovo” Banco di Napoli al fine di scongiurarne l’azzeramento del capitale sociale che comporterebbe l’esautorazione della Fondazione Banco di Napoli  (azionista di maggioranza) dal controllo sulla banca e ingenti danni per gli azionisti di minoranza. Il Tesoro fa orecchie da mercante (cosa che non ha fatto, per esempio, con MPS il cui capitale sociale è stato pagato dai contribuenti!) e il decreto di legge Dini di fatto ricapitalizza l’Istituto per 2283 miliardi di lire e ne azzera il capitale sociale: lo stato acquista il Banco di Napoli per poi rivenderlo al miglior offerente! E chi è il miglior offerente a quei tempi? Logica vorrebbe una banca in salute capace di valorizzare un potenziale tanto alto e per di più ripulito dai debiti! No, non è andata proprio così. Lo stato vende il Banco di Napoli nel 1997 a BNL-INA (due soggetti a partecipazione pubblica, dai quali però lo stato si sta ritirando) per 60 miliardi di lire: una bazzecola. Alle proteste di impiegati e sindacati la risposta dell’allora ministro del Tesoro Ciampi fu: “Il prezzo è stato ritenuto congruo dall’advisor Rothschild”. Chiuso il discorso! Intanto due anni dopo il Banco di Napoli è di nuovo in vendita e questa volta per 6000 mila miliardi nonostante i risultati più che deludenti ottenuti nel biennio e facendo realizzare a BNL-INA una plusvalenza esorbitante. Così mentre SGA recupera il 94% dei crediti, restituendoli allo stato, il SanPaolo IMI ha indirettamente salvato BNL-INA con la regia del Tesoro e della Banca d’Italia. E il Banco di Napoli è stata la pedina di scambio! Domanda retorica: chi ci ha guadagnato? Successivamente, nel 2007, SanPaolo IMI si fonde con Intesa e gli sportelli del Banco di Napoli al nord e al centro passano alla capogruppo riducendosi a soli 168 operanti esclusivamente nel Mezzogiorno. Una gloriosa storia che tuttavia dal 2007 aveva mantenuto la sua autonomia decisionale. Il Banco di Napoli cioè poteva autonomamente gestire il suo capitale e la sua politica economica, finanziando principalmente imprese, capitali e imprenditori meridionali, perseguendo lo sviluppo economico e industriale del Mezzogiorno.

Dal prossimo novembre non sarà più così. L’assorbimento comporterà linee decisionali uniche che per forza di cose dovranno dirottare i capitali del Mezzogiorno a finanziare e capitalizzare i target che Intesa-SanPaolo riterrà fondamentali per il suo business. Intuite da voi stessi le logiche conseguenze. L’operazione, mascherata con finalità di razionalizzazione delle attività secondo le direttive di MIFID 2, altro non è che l’ennesimo assalto a Fort Knox che il Sud deve subire per mano di ladri e mariuoli settentrionali che affondano le mani nelle tasche di noi altri. La direttiva europea MIFID 2, infatti, prevede due importanti novità a “difesa” dei risparmiatori/investitori: la product governance e la product intervention. Per non tediarvi con tecnicismi, tenterò di essere pragmatico.

La prima prevede che quando si costituisce un prodotto da distribuire al risparmiatore, la società produttrice debba definire un target positivo e uno negativo ovvero definire i soggetti per i quali i prodotti sono adeguati e per i quali i prodotti vanno sempre esclusi. Questo implica che la figura del risparmiatore sia pressoché uniformata o standardizzata, altrimenti la banca sarebbe costretta a definire più pacchetti o prodotti per diverse tipologie di risparmiatori.

E questa peculiare caratteristica del risparmio all’italiana, all’Europa dell’alta finanza non piace soprattutto perché rivolgersi ai piccoli risparmiatori, che per inciso sono quelli che hanno portato avanti l’Italia fino a ieri, significa correre rischi maggiori (insolvenze, ritardi nei pagamenti, perdite di capitali etc.). Ecco, quindi, che la product governance fa una selezione a monte. Implicitamente tutti i risparmiatori che hanno un conto aperto, in questo caso al Banco di Napoli, e che non sono ritenuti idonei da Intesa-SanPaolo non potranno beneficiare di tipologie di investimento, prestito o finanziamento ritenute a loro non idonee e i loro soldi saranno solo un mero deposito infruttifero alla mercé della banca.

La product intervention, invece, vieterà o limiterà la possibilità agli investitori, piccoli e grandi, di vendere depositi finanziari o strutturati anche prima della commercializzazione. E la domanda è: quanti di questi depositi riguarderanno le possibilità finanziarie dei risparmiatori meridionali se Intesa-SanPaolo decentra il Banco di Napoli dal Mezzogiorno?

E se mi sbaglio, ma ne dubito, lo vedremo dal 2021 andando a verificare bilanci e statistiche relativi a risparmio e investimenti di una banca non più meridionale e per il meridione, ma asservita alle logiche della grande finanza e della grande industria che niente hanno a che fare con il nostro tessuto sociale. Ancora una volta la miopia delle classi dirigenti, non consente di vedere e sfruttare le potenzialità che il Sud offre; non consente di valorizzare il territorio anzi lo depreda della sua ricchezza favorendo l’alta finanza totalmente estranea alle logiche di piccolo mercato.

d.A.P.

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