Che c’entra l’Inghilterra? – Parte I

Il  bello della ricerca è il poter scoprire avvenimenti, fatti e dati dei quali non si era a conoscenza oppure che smontano/confermano ciò che pensavi fosse la tua convinzione. Per fare questo tipo di ricerca occorre essere scevro da qualsiasi tendenza (politica o religiosa che sia) in nome della realtà dei fatti (qualcuno la chiama verità). Vale per tutti i campi, anche e soprattutto per la storia (si chiama verità storica). Purtroppo in Italia questo tipo di ricerca non si applica ancora (dopo 156 anni) al Risorgimento, creando malintesi, faziosità, esagerazioni da una parte e dall’altra. Tuttavia, per dirla con Pino Aprile, un popolo che conosce la sua storia è un grande popolo perché è unito; e la conosce perché se la racconta. In Italia non è così. Tante persone come me, che hanno studiato la storia istituzionale sui banchi di scuola si sono ritrovati, per passione, per amore, semplicemente per curiosità a dover studiare ed approfondire di nuovo il periodo risorgimentale italiano, scoprendo come davvero gli avvenimenti si svolsero prima, durante e dopo l’unificazione dell’Italia. E diventa appassionate, poi, poter discutere e confutare la storiografia ufficiale di regime (la storia scritta dai vincitori), perché a qualcuno ancora non va giù la verità storica. Sto parlando, nella fattispecie, della prima parte dell’articolo “Speciale Risorgimento: quando banchieri e inglesi facevano affari con i Borbone (parte I)” di Luca Cancelliere, avvocato sardo e dirigente del MIUR, pubblicato su www.ilprimatonazionale.it : un palese esempio di strumentalizzazione politica della storia che vi invito a leggere per comprendere meglio il seguito dell’articolo.

Cancelliere esordisce con l’affermazione che “contrariamente a quanto si crede, il dibattito sulla questione meridionale risale ai primi anni dell’unità d’Italia”. Sinceramente non capisco il “contrariamente a quanto si crede” poiché è certo che il dibattito risalga ai primi anni dell’unità visto che è da allora che è nata la cosiddetta questione meridionale. Le commissioni di inchiesta parlamentari sabaude furono tutte pilotate, ovvero riportavano dati che non tirassero in ballo la responsabilità dei Savoia e del loro esercito nella creazione del malcontento al Sud. Tali commissioni riguardavano indagini sul nascere ed il proliferare del brigantaggio e solo la prima del 28/11/1862, la relazione Mosca, riportava dati veritieri impuntando alla politica torinese nei confronti del popolo occupato e conquistato, la responsabilità del fenomeno briganti. Tuttavia, nessun documento doveva riconoscere la connivenza tra l’alta borghesia e nobiltà meridionale e la classe dirigente e politica sabauda che ne tutelava gli interessi affinché non gli si ritorcessero contro. Il documento, quindi, fu secretato e si decise di nominare una nuova commissione d’inchiesta che avrebbe dovuto far dimenticare la relazione Mosca e le le sue pericolose attribuzioni di responsabilità, operando senza essere in contrasto con il governo. Nacque la commissione Massari che delineò il brigantaggio come un male prodotto dal sistema borbonico e dalla presenza a Roma in esilio di Francesco II. E non mi dilungo….in rete potete trovare queste informazioni con tanto di riferimenti bibliografici. Concludo dicendo che, seppur pubblicata successivamente alla legge Pica (19 agosto del 1863), tale relazione ne fu la causa scatenante. Inoltre evidenzio come i grandi meridionalisti citati nell’articolo, tra i quali Giustino Fortunato e Francesco Saverio Nitti furono, in larga parte, i pentiti dell’ultim’ora (ma quando ormai era troppo tardi). Cito Gramsci per tutti, nel suo “L’ordine Nuovo” del 1920: “Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia Meridionale e le Isole, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di Briganti!”. Gramsci nacque ad Ales in Sardegna. Se è vero che questi illustri personaggi italiani a cavallo tra il XIX e XX secolo ridimensionarono, in qualche modo ufficialmente o non, il processo di unificazione relativamente al suo reale svolgimento, è altrettanto vero che, come dice il Cancelliere, il fascismo storico non fece concessione alcuna alle tesi revisioniste, ma semplicemente, aggiungo io, perché il ventennio fu un fulgido esempio di uso politico della Storia. Inoltre le percentuali del referendum pro-repubblica del 1946 nel Sud, non evidenziarono, come egli dice, l’ignoranza del popolo in merito al revisionismo anti-risorgimentale, ma la sua rassegnazione al cospetto di un genocidio ancora vivo nelle coscienze e nelle memorie e la volontà di non cambiare nuovamente per ripetere una storia già vista. Il Sud non aveva, paradossalmente, con l’occupazione dei Savoia, cambiato forma di governo passando da una monarchia ad un’altra ed il sentimento di affezione che era per i Borbone (e non Borboni come il Cancelliere li chiama) in 85 anni si era riversato sulla casa piemontese. Negli anni seguenti alla nascita della Repubblica i partiti monarchici rappresentarono il retaggio di una cultura, quella monarchica,  destinata all’oblio e furono lasciati vivere esclusivamente come mera illusione di rappresentanza in parlamento al fine di evitare conseguenze nazionali molto più gravi (guerra civile).

Avendo detto di come i revisionisti della prima ora furono gli stessi che acclamarono in precedenza i Savoia (Fortunato e Nitti), vorrei adesso soffermarmi su quelli dell’ultima ora: se è vero che Zitara diede il suo maggior contributo alle tesi anti-risorgimentali, è tutta da dimostrare l’affermazione che i libri di Aprile, Del Boca (solo per citarne due tra i più letti) e altri siano di scarso valore scientifico e di ancor minore obiettività. Forse che Cancelliere abbia delle fonti (oltre chiaramente a quelle della storiografia ufficiale e di regime) che confutano quelle di questi scrittori/giornalisti?

Proviamo ad esaminare, come fa il Cancelliere, le argomentazioni di noi altri revisionisti in merito al coinvolgimento inglese, precisando che personalità come Aprile e Del Boca non hanno certo bisogno delle mie piccole argomentazioni in loro difesa.  E’ vero che durante la rivoluzione francese prima e la repubblica partenopea poi, i Borbone si rifugiarono a Palermo sotto la protezione britannica; è vero che concedettero nel 1812 alla Sicilia la costituzione e che la stessa fu revocata con la restaurazione del 1816; è vero che il conflitto tra la classe dirigente siciliana ed i Borbone durò fino al 1860, così come è vero che nell’isola vi erano numerosi imprenditori inglesi con diverse aziende e che fu ratificato un trattato nel 1816 che concedeva al Regno Unito di Gran Bretagna lo status di nazione più favorita commercialmente.

Tuttavia questo basta al Cancelliere per esonerare gli inglesi dalle responsabilità nel processo di unificazione; purtroppo per lui, però, non è sufficiente. Gli avvenimenti elencati vanno inquadrati storicamente. Paradossalmente è proprio dal 1799 in poi, che la Gran Bretagna tenterà in tutti i modi di mettere le mani sulla Sicilia. Infatti ciò che il Cancelliere ignora, è che la protezione britannica ai Borbone durante la rivoluzione francese prima e la repubblica partenopea poi, fu accordata esclusivamente per limitare le mire espansionistiche della Francia nel Mediterraneo; mire che avrebbero definitivamente danneggiato il commercio inglese nell’area. Conveniva, quindi, agli inglesi che sul trono restassero i Borbone. La stessa costituzione del 1812, di chiara ispirazione inglese, fu concessa su “suggerimento” del Regno Unito che sperava così di ottenere un protettorato sull’isola. Essa, infatti, metteva sullo stesso piano i ricchi possidenti terrieri ed il Re che non poteva legiferare senza la loro approvazione. Guarda caso, però, come lo stesso Cancelliere afferma, tra i ricchi possidenti si annoveravano molti imprenditori inglesi, oltre a quelli locali. In seguito alla restaurazione, al congresso di Vienna gli inglesi reclamarono il protettorato sulla Sicilia e fu il Metternich, su pagamento da parte dei Borbone (2 milioni di franchi), a perorare la causa borbonica ed anche austriaca (ovviamente). L’Inghilterra dovette accontentarsi di Malta, che pure era precedentemente territorio delle due Sicilie, e dello status di nazione più favorita nel commercio con i duo-siciliani. Inoltre la costituzione fu revocata su pressione austriaca e fu questo esercito e non quello borbonico a reprimere le insurrezioni dei “lords” siciliani.

Il tentativo di affrancarsi dall’imposta egemonia commerciale con la Gran Bretagna, fu opera di Ferdinando II e riguardò gli accordi per lo zolfo della Sicilia che all’epoca deteneva il 90% delle riserve mondiali. Inutile dire quanto lo zolfo fosse importante per l’industria chimica e bellica dell’epoca e soprattutto per quella inglese che era molto più avanti rispetto al  resto d’Europa. Lo status di nazione favorita non era altro che una tassa che il Regno doveva pagare alla Gran Bretagna per non aver concesso il protettorato sulla Sicilia e si traduceva nel fatto che gli inglesi comprassero lo zolfo per una miseria, rivendendolo anche 5 volte tanto. Ferdinando II si accordò perciò con una società francese, la quale era disposta a comprarlo al doppio. Si chiama rinegoziazione. Tuttavia la reazione inglese andò ben oltre dall’essere ferma e decisa, arrivando a minacciare bombardamenti sul territorio del Regno con la flotta già schierata al largo delle coste; tant’è che Ferdinando II decretò lo stato di allarme e tenne pronte le difese. A mediare, chiamatasi fuori l’Austria per non interferire negli affari inglesi, fu Luigi Filippo di Francia che lasciò agli inglesi lo zolfo, a patto che il Regno delle due Sicilie risarcisse i francesi per il mancato guadagno e gli inglesi per il procurato danno. Affari con gli inglesi???? Non credo avvocato.

E veniamo così alla presenza dei Rotschild a Napoli. All’epoca (perchè oggi no?) i Rotschild erano i principali finanziatori delle imprese degli stati europei, piccoli o grandi che fossero, incluso il regno sabaudo. Nel 1849 il Piemonte faceva nascere la Banca Nazionale degli Stati Sardi, di proprietà privata (indovinate di chi?). Il personaggio che aveva maggiori interessi nell’operazione era Cavour, il quale impose al parlamento piemontese l’affidamento a quella banca dei compiti di tesoreria dello Stato: di fatto una banca privata emetteva e gestiva il denaro dello Stato. durante la prima metà dell’800 solo il Piemonte, tra gli stati pre-unitari, emetteva carta moneta mentre il Banco delle Due Sicilie emetteva monete d’oro e d’argento. La carta moneta del Piemonte aveva anch’essa una riserva d’oro di circa 20 milioni, ma il rapporto era di uno a tre, ovvero tre lire di carta per una lira d’oro. Le continue guerre dei savoiardi fecero sì che quella convertibilità in oro, già di parvenza, andò definitivamente in malora e ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese era diventata carta straccia a causa dell’emissione incontrollata. Una volta conquistato il Sud ed il resto della penisola, i piemontesi presero per sé tutti i soldi delle banche degli stati pre-unitari (tranne quelli della Repubblica di San Marino – ma questa è un’altra storia che vedremo in un altro articolo) e la Banca Nazionale degli Stati Sardi divenne la Banca d’Italia. Al Banco delle Due Sicilie fu impedito di rastrellare dal mercato le proprie monete d’oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi. Così facendo, infatti, i Banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano. L’oro rastrellato, quindi, passò nelle casse piemontesi e ciò nonostante alla nuova Banca d’Italia, mancava gran parte di quell’oro nella sua riserva. Evidentemente, il restante oro, aveva preso altre vie, ovvero servì a finanziare la costituzione di imprese al nord attraverso altre banche costituite per l’occasione e “socie” della Banca d’Italia: Credito mobiliare di Torino, Banco sconto e sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino.
Tutte le ruberie operate (ma i ladri non eravamo noi?) e l’emissione non controllata della carta moneta, ebbero come conseguenza che già il 1 maggio 1866, fu decretato per la lira il corso forzoso, cioè non poté, da allora e fino all’euro, più essere cambiata in oro. Da qui ha origine il debito pubblico italiano, ma questa è un’altra storia.

Tornando a noi, allora, davvero il Cancelliere pensa che i Rotschild, creditori nei confronti del Piemonte, avessero derubato sé stessi (ovvero avrebbero messo le mani sul loro  oro del Sud dove egli dice che erano presenti come finanziatori del re) per risanare un credito con terzi?

In merito ai moti rivoluzionari successivi al Congresso di Vienna, essi furono una caratteristica di tutta l’Europa e in tutta Europa furono repressi allo stesso modo. Perché solo Ferdinando II fu appellato Re bomba? il 29 gennaio del 1848 (prima di Carlo Alberto di Savoia che promulgò lo statuto il 4 marzo dello stesso anno) Ferdinando II concesse la costituzione salvo poi sospenderla nell’agosto del 1849 a conclusione dei moti rivoluzionari a Napoli e in Sicilia. Questo perché ( si vadano a vedere i fatti accaduti nelle assemblee parlamentari del Regno che per brevità qui non tratterò) la classe dirigente politica Napoletana e Siciliana si dimostrò del tutto immatura nel gestire una simile concessione; questo è ciò che fa/faceva un re per governare.

Infine sono d’accordo con il Cancelliere quando afferma, a conclusione della sua prima parte, che l’unità d’Italia fu una questione siciliana. Infatti lì si tradì in incipit; ma badi bene avvocato, non fu il popolo a tradire, ma i possidenti terrieri, tra i quali, (lo dice lei) molti inglesi.

Ma allora l’Inghilterra c’entra o non c’entra con l’unità d’Italia? (continua)

d.A.P.

n.b.: leggete a confutazione:

  1. “L’Inghilterra contro il Regno delle due Sicilie” di Erminio De Biase
  2. http://www.ilfattoquotidiano.it/2015/03/25/divario-nord-sud-tutto-inizio-con-lunita-ditalia-lincapacita-genetica-non-centra/1535817/
  3. http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/arte_e_cultura/17_luglio_26/aprile-hanno-paura-memoria-l-autore-terroni-contro-storici-2d25f76c-71da-11e7-be5f-cdced4a9a3bb.shtml

 

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