Fidarsi è bene non fidarsi è meglio.

Il sabotaggio leghista indica la poca affidabilità di Salvini e della Lega. Di Maio, da ora in poi, si guardi le spalle: il suo banco di prova saranno le autonomie “nordiche”. E la centralità del Sud per ora resta fantasia.

Se Salvini ha giocato sporco sul decreto fiscale, tutto lascia intendere che lo farà anche sull’autonomia regionale di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Ha ragione il prof. Viesti a definire l’autonomia fiscale in salsa veneta una vera e propria “secessione dei ricchi”, soprattutto alla luce dei risultati pubblicati dall’Ufficio studi della Cgia che ha comparato una serie di indicatori economici occupazionali e sociali della Germania con il nord e della Grecia con il Sud. Il risultato è che mentre i fratelli nordici tengono il passo dei crucchi, noi altri siamo sui livelli greci, ultimi in Europa. E la situazione potrebbe peggiorare. Ad inizio mese l’Italia, per non perdere le somme stanziate da Bruxelles, ha chiesto all’UE di cambiare i pesi del cofinanziamento riducendo la quota nazionale. In termini economici significa una riduzione dei programmi fino a un massimo di dodici miliardi, dimezzando l’impegno nazionale e lasciando immutato quello comunitario. Inoltre l’Europa vorrebbe vincolare la quota di risorse da assegnare a ciascun paese alle condizionalità macroeconomiche: in breve se hai parametri fondamentali a posto ne hai diritto, altrimenti ti vengono cancellate.

Se l’Italia fosse fuori dai vincoli di bilancio è facile ipotizzare che gli assegni per il Sud non potrebbero essere garantiti a causa degli squilibri macroeconomici. L’esecutivo europeo potrà altresì proporre la sospensione dei pagamenti nei confronti dei paesi che non dovessero adottare misure adeguate per contrastare squilibri macroeconomici eccessivi. Questi criteri rischiano di sottrarre risorse ed investimenti fondamentali alle fasce più deboli della popolazione. Dal 2020 poi scatterà il disimpegno dei fondi con un anno di anticipo rispetto al ciclo in corso: in pratica se i fondi non vengono spesi entro la fine del secondo anno successivo a quello di assegnazione, gli aiuti tornano nella cassa europea. E chi se ne frega se sono soldi nostri e se il cofinanziamento dei fondi, in ogni caso, non viene scomputato dal deficit.

Misure come la riserva del 34% della spesa ordinaria dei ministeri o il varo del decreto di semplificazione per l’effettivo decollo delle Zes di Campania e Calabria, sono ben lungi dall’essere realtà nella perenne miopia dei governi italiani che non vogliono comprendere come una seria politica di ripresa del Mezzogiorno sia l’unica salvezza per garantire un ritorno economico, occupazionale e sociale decisivo anche per il nord.

Ergo, al momento, la centralità del Sud nella politica italiana ed europea, resta pura fantasia, perché il taglio dei cofinanziamenti inevitabilmente ricadrà sul Mezzogiorno. E anche  sul versante interno le cose sembrano prendere una brutta piega. Misure come la riserva del 34% della spesa ordinaria dei ministeri o il varo del decreto di semplificazione per l’effettivo decollo delle Zes di Campania e Calabria, sono ben lungi dall’essere realtà nella perenne miopia dei governi italiani che non vogliono comprendere come una seria politica di ripresa del Mezzogiorno sia l’unica salvezza per garantire un ritorno economico, occupazionale e sociale decisivo anche per il nord. Immaginate quanti cantieri si potrebbero aprire a Sud e quale attrazione costituirebbero per i grandi investitori nazionali e internazionali le Zes campane e calabresi; immaginate di quale credibilità avrebbe goduto il governo del cambiamento se accanto a reddito e pensione di cittadinanza avesse aggiunto anche la riserva di spesa del 34%, mostrando davvero di voler cambiare le cose e di porre fine all’inadempienza di tutti i governi succedutisi fino ad oggi.

La riserva di spesa del 34% al Sud, infatti, è una norma costituzionale che tuttavia resta puntualmente disattesa nella sua applicazione; essa avrebbe di sicuro permesso una crescita del Mezzogiorno ben oltre lo zero virgola e a vantaggio dell’Italia intera. Lo stesso dicasi per il decreto semplificazione che resta la chiave per ridurre all’essenziale le procedure autorizzative, doganali e burocratiche affinché le aziende interessate possano operare efficacemente riducendo tempi e costi. Il ministro Lezzi sostiene che il decreto è al vaglio del Mef e arriverà entro fine anno, ma l’impressione generale è che non sia priorità neanche per questo governo.

Di particolare importanza è la questione ferroviaria, dato che nella commissione trasporti di Camera e Senato è in discussione il piano di investimenti 2019/21 che parte con il rispetto, nel 2019, del 34% al Sud, ma poi vira decisamente verso nord riservando al Mezzogiorno meno del 20% del totale. 

In Parlamento sono tutti d’accordo su cosa sia necessario fare per il Sud, “ma non si riesce a passare dal dire al fare”, come spiega molto bene Marco Esposito sul Il Mattino del 23 ottobre. Per adesso si va avanti a colpi di mozioni dove si chiede l’attuazione del 34%, l’alta velocità fino a Reggio Calabria, i collegamenti merci per i porti del Sud. Di particolare importanza è la questione ferroviaria, dato che nella commissione trasporti di Camera e Senato è in discussione il piano di investimenti 2019/21 che parte con il rispetto, nel 2019, del 34% al Sud, ma poi vira decisamente verso nord riservando al Mezzogiorno meno del 20% del totale. Anche qui si misurerà la capacità dei parlamentari meridionali di porre in atto il cambiamento. Intanto il bonus Sud per le assunzioni sarà nella manovra finanziaria e questa è perlomeno una buona notizia. Il meccanismo prevede uno sgravio del 100% dei contributi entro il massimo annuale di 8.060 euro per ciascuna assunzione a tempo indeterminato anche part-time e anche nel caso in cui un contratto a termine venga trasformato in indeterminato. Destinatari sono i giovani fino a 35 anni e coloro i quali, superata quell’età, non hanno un impiego retribuito da almeno sei mesi.

Il Veneto punta a trattenere i 9/10 del suo gettito fiscale che a conti fatti significano 3 miliardi di euro in meno nella cassa comune. Come sostiene il prof. Viesti se lo stesso procedimento venisse convalidato anche per Lombardia ed Emilia Romagna, “a parità di risorse pubbliche, questo aritmeticamente significa minore disponibilità di finanziamento dei servizi pubblici nelle altre regioni, in particolare quelle con minor reddito” (fonte Il Mattino – 15/10/2018). Fondamentali quindi restano i Lep (livelli essenziali delle prestazioni) per la cui definizione i Cinque Stelle dovranno insistere, perché se si deve regionalizzare la scuola, bisogna prima definire il livello di scuola desiderata, insieme alle altre 22 materie di competenza.

Il vero banco di prova per i Cinque Stelle, però, resta l’autonomia differenziata leghista. Non dovranno dimenticarsi infatti Di Maio e soci che sono al governo perché li ha votati il Sud. E il Sud li ha votati per la sua rinascita e non per suicidarsi. L’autonomia differenziata stravolge di fatto l’assetto del sistema Italia. Modifica l’organizzazione dei servizi, chiede la regionalizzazione della scuola; modifica l’attribuzione delle risorse assegnandole in base al gettito fiscale del territorio, cioè in base alla ricchezza. I Cinque Stelle dovranno lavorare duro soprattutto per modificare il testo veneto sui fabbisogni standard che attualmente è in palese contrasto con la costituzione. Il Veneto infatti chiede che siano essi siano calcolati in base al gettito fiscale del territorio, procedimento che, ad esempio, erogherebbe risorse alla scuola in base alla capacità fiscale e non in base al numero reale di alunni. Accade, purtroppo, già con gli asili nido. Inoltre la regione veneta punta a trattenere i 9/10 del suo gettito fiscale che a conti fatti significano 3 miliardi di euro in meno nella cassa comune. Come sostiene il prof. Viesti se lo stesso procedimento venisse convalidato anche per Lombardia ed Emilia Romagna, “a parità di risorse pubbliche, questo aritmeticamente significa minore disponibilità di finanziamento dei servizi pubblici nelle altre regioni, in particolare quelle con minor reddito” (fonte Il Mattino – 15/10/2018). Fondamentali quindi restano i Lep (livelli essenziali delle prestazioni) per la cui definizione i Cinque Stelle dovranno insistere, perché se si deve regionalizzare la scuola, bisogna prima definire il livello di scuola desiderata, insieme poi alle altre 22 materie di competenza.

Ma perché il nord vuole regionalizzare la scuola? Lo spiega bene Marco Esposito su Il Mattino del 19 ottobre: “Il corpo insegnanti in Italia è il più anziano d’Europa ma con marcate differenze regionali: l’età media è elevata al Sud, segnatamente in Calabria e in Basilicata. Nulla di sorprendente, visto che il percorso standard di un insegnante meridionale vede un concorso vinto al Nord e poi un lento avvicinamento al suo territorio d’origine. Tuttavia la rigidità del sistema retributivo dei docenti, legato all’anzianità di servizio, prevede una retribuzione netta iniziale di 1.350 euro mensili e una finale di 2.000 euro. Ciò porta costi medi elevati nel Mezzogiorno. Nessun problema, in un sistema nazionale. Ma un problema gigantesco nel momento in cui il sistema si fa di colpo regionale. Quindi il numero di alunni per docente è omogeneo sul territorio, intorno a quota 10, mentre il costo unitario per insegnante è molto diverso. Secondo i Conti pubblici territoriali, le amministrazioni centrali spendono per la voce istruzione e cultura 583 euro pro-capite in Veneto, 791 in Campania e 847 in Calabria. Se il Veneto (al di là della pretesa di ottenere più risorse in quanto più ricco) imponesse l’immediato passaggio a un livello di risorse identico alla media nazionale (669), si troverebbe di colpo più denari in cassa, somme sottratte al sistema d’istruzione nazionale. Tuttavia le scuole del Sud non hanno nessuna responsabilità per l’eccesso di spesa, in quanto non è frutto di inefficienze bensì della stratificazione nel tempo di un sistema che vede gli insegnanti giovani impegnati al Nord e quelli con molti anni d’insegnamento sulle spalle presenti nelle aule del Mezzogiorno”.

“Allora non potete voltarvi dall’altra parte. Chi lo facesse, tra i politici meridionali, non farebbe altro che continuare una tragedia storica di questo paese, che è uno dei motivi per cui – forse il principale – la sua unità solidale è ancora da fare: la vendita degli interessi dei meridionali ai poteri del Nord mediata da chi ha raccolto il loro voto e li dovrebbe rappresentare con lealtà”. – Eugenio Mazzarella – 
Il Mattino del 16 ottobre 2018

Capite adesso dov’è il trucco? Regionalizzare la scuola significa scaricare i maggiori oneri al Sud! Questa è la sfida principale che i Cinque Stelle ed in generale trasversalmente tutti i politici del Sud devono vincere nei confronti di chi vuole continuare a derubarci, non pago di quanto ha già latrocinato e saccheggiato. L’avidità di questa gente, storicamente, non ha mai permesso una vera unità italiana e soprattutto una vera uguaglianza tra gli italiani. Concludo, allora, con l’esortazione di Eugenio Mazzarella filosofo, politico e poeta italiano, professore ordinario di filosofia teoretica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, il quale così scrive su Il Mattino del 16 ottobre rivolgendosi ai politici del Mezzogiorno: “Allora non potete voltarvi dall’altra parte. Chi lo facesse, tra i politici meridionali, non farebbe altro che continuare una tragedia storica di questo paese, che è uno dei motivi per cui – forse il principale – la sua unità solidale è ancora da fare: la vendita degli interessi dei meridionali ai poteri del Nord mediata da chi ha raccolto il loro voto e li dovrebbe rappresentare con lealtà”.

In queste poche righe c’è l’intera storia d’Italia. Di Maio ci pensi bene prima di macchiarsi di un simile torto!

d.A.P.

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