Goldman Sachs ordina, Mario Draghi esegue.

A marzo un report della banca d’affari americana dava indicazioni sui settori dai quali ripartire.

Un piccolo ma significativo retroscena si fa largo dietro le scelte di riparto del Pnrr da parte del governo dei migliori. Partiamo da una premessa. È noto a tutti come il nostro attuale presidente del consiglio, Mario Draghi, venga anche indicato come l’uomo di Goldman Sachs. Dal 2002 al 2005 ne ricopre, infatti, l’incarico di vicepresidente nonché membro del Management Committee Worldwide della nota banca d’affari americana con uno stipendio di circa 10 milioni di dollari l’anno.

Buon per lui, certo, ma male per noi. È proprio Goldman Sachs, infatti, in un report del marzo scorso, ad indicare il settore tessile e manufatturiero come base da cui ripartire per una ripresa solida. E Draghi immediatamente si adegua al tempismo della banca americana (ricordiamo che la scadenza per la presentazione del Pnrr a Bruxelles era lo scorso 30 aprile) puntando tutto su questi settori che, in prevalenza, sono nel nord confindustriale del paese.

Basta fare riferimento allo sblocco dei licenziamenti, in vigore dal 1 luglio, che non includerà, ad esempio, i 20mila lavoratori dei settori tessile e moda così come quelli dell’industria, che fa segnare accelerazioni del fatturato quasi a livelli pre-pandemia, per comprendere come la politica economica dei migliori sia stata anche indirizzata da quel report di marzo.

Abbandonato a sé stesso, manco a dirlo, il Mezzogiorno, dove risiedono almeno un terzo delle pmi a pericolo chiusura, distante ancora 20 punti dal tasso di occupazione del nord, e che ha visto calare complessivamente la sua forza lavoro dello 0,9% a causa della pandemia.

Un Mezzogiorno che ha sul tavolo del Mise presieduto da Giorgetti, il killer della realtà socio-economica meridionale, vertenze aziendali per complessivi 56 mila posti di lavoro primi tra tutti i 350 della Whirlpool di Napoli. Senza contare i contratti a tempo determinato già non rinnovati in tempo di pandemia.

Non ci resta che ringraziare, quindi, l’uomo di Goldman Sachs e i suoi accoliti per la consueta e noncurante lungimiranza nel seguire il ventennale trend politico-economico italiano.

d.A.P.

Condividi questo articolo
  •  
  •   
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

due × cinque =