La mamma degli ascari meridionali è sempre incinta (prima parte)

L’Italia è un paese caposotto (come dice Antonio Giangrande). E mai periodo storico come quello che stiamo vivendo ne sarà la testimonianza più attendibile (salvo smentite, ovviamente, ma di questo passo ci vorranno generazioni). I politici italiani, la classe dirigente centrale e locale, non capiscono che l’unica risorsa rimasta per far riprendere a camminare il paese è il Sud. Non lo capiscono e non lo vogliono capire perché ascari di Roma e degli interessi del nord.

Salvemini aveva ragione e le sue analisi circa la realtà dell’epoca, sono ampiamente rapportabili al presente. Il che mi preoccupa non poco perché significherebbe che dal 1912 (meglio sarebbe dire dal 1861) ad oggi nulla è cambiato. Il male più grande che il Sud porta con sé dall’unità in poi si chiama clientelismo, retaggio della pulizia etnica, sociale e culturale dei piemontesi che, rimpiazzati i funzionari borbonici con i loro burocrati, locali malavitosi e non, impiantarono questo cattivo seme nella cultura del popolo del Sud abbandonato dai suoi padri (vuoi perché caduti, vuoi perché datisi alla macchia o emigrati) e con essi dai suoi valori e dalle sue tradizioni. Depredato dalla locale classe borghese e latifondista, che aveva favorito il piemontese, il popolo si affidò, infine, ai favori dei rappresentanti delle “istituzioni” per ottenere misere concessioni che migliorassero la qualità di vita, ricambiandoli, manco a dirlo, con il voto. E tuttavia gli ascari, pur concedendo quella miseria al popolo distrutto, mai si interessavano realmente dei loro “favoriti”, ma sempre intervenivano al Sud a protezione e tutela degli interessi della “piccola borghesia delinquente e putrefatta contro il malcontento dei contadini”(Salvemini). Dalla qual cosa deduciamo che i “favori” al popolo non avrebbero mai dovuto intersecarsi con gli affari dei “padroni” che dagli ascari erano rappresentati a Roma e nelle cariche locali: perché se al voto del popolo, compiaciuto dal poco o niente, aggiungevi quello della classe abbiente, che sapeva “convincere” anche i suoi contadini e dipendenti, allora la carriera politica era assicurata, così come gli interessi dei “padroni”. Insomma non due, ma tre piccioni con una fava. In un simile sistema si riconosce la volontà di voler far permanere nella miseria la maggioranza a vantaggio dei pochi; si riconosce l’“antesignano” malvagio delle mafie e il principio della sua collusione con la cosa pubblica; fenomeno, quindi, che è vecchio quanto l’Italia stessa e che con le giuste modifiche e integrazioni rispetto al tempo e alle circostanze storiche, ha prosperato, si è evoluto, allargato e consolidato fino ad oggi. Tuttavia il paradosso inaccettabile sta nel fatto che chi denuncia questi fatti è messo a tacere; ieri come oggi! Due esempi sono lo stesso Salvemini, ieri, e il professor Viesti oggi; ma il precursore per eccellenza fu il senatore Vittorio Sacchi. A quest’ultimo fu ordinato, in seguito all’annessione del Regno delle Due Sicilie, di andare a dirigere le finanze napoletane per conto del governo di Torino, ed ebbe il torto di esprimersi in merito, con queste parole:

“Nei diversi rami dell’amministrazione delle finanze napoletane si trovano tali capacità di cui si sarebbe onorato ogni più illuminato governo”

Suggerì, quindi, all’allora presidente del consiglio Cavour di adottare i meccanismi amministrativi del Regno delle Due Sicilie, ma non fu ascoltato. Gaetano Salvemini durante il ventennio, dovette riparare negli Stati Uniti (dove insegnò all’università) per non incorrere nelle purghe fasciste, mentre il prof. Gianfranco Viesti, eminente economista, ordinario di Economia applicata nel Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Bari, si è visto rifiutare, da parte dei maggiori quotidiani economici nazionali, la pubblicazione di alcuni articoli che evidenziavano, numeri alla mano, la scarsa considerazione del Sud nei piani economici dei governi centrali. Dalle mie parti questa si chiama omertà e anch’essa è vecchia quanto l’Italia.

L’asservimento della classe politica meridionale al potere economico del nord, continua a determinare la condizione secondaria del Sud rispetto al resto del paese e paradossalmente solo i fondi europei, mal gestiti e perennemente in ritardo, causa burocrazia e luoghi comuni, danno una boccata di ossigeno. Chi lo afferma? Il professor Viesti in un suo articolo dello scorso 8 settembre su lavoce.info. Egli analizza i dati della relazione sui conti pubblici territoriali, la quale indica una significativa riduzione di spesa degli investimenti del settore pubblico in tutto il paese. Tuttavia al Sud, a questa riduzione, si aggiunge anche quella della spesa nazionale di coesione territoriale. Prima di elencarvi i dati voglio farvi riflettere su una piccola particolare: il termine “coesione territoriale”. Il governo Gentiloni ha creato un ministero per la coesione territoriale e il Mezzogiorno. Ora, se una nazione ha bisogno di un tale ministero, vuol dire che il suo popolo è disgregato o si sta disgregando; oppure non è mai stato unito! Il ministro De Vincenti è il simbolo stesso di questa disgregazione, perché il suo è un ministero senza portafoglio! La migliore considerazione in merito la fece giusto un anno fa il presidente della Puglia Michele Emiliano il quale così si espresse: “De Vincenti aveva già la delega per la coesione da sottosegretario (nel governo Renzi – ndr) e non ha fatto nulla pur essendo dotato di portafoglio. Figuriamoci ora!”. Inoltre il ministro, quando era sottosegretario, fece eliminare dalla legge di bilancio 50 milioni, già una miseria, destinati ai bambini di Taranto. La questione meridionale è solo uno spot elettorale! E la risposta di De Vincenti ad Emiliano lo dimostra: “I soldi ci sono già” ovvero i Patti per il Sud i quali però consistono, e il ministro lo sa bene, nella quota di risorse nazionali ed europee alla quale noi abbiamo già diritto, a prescindere. Tuttavia se i soldi ci sono già, ma gli investimenti pubblici sono diminuiti in tutto il paese e al Sud anche quelli della coesione territoriale, dove va il resto dei fondi? Per averne un’idea dobbiamo guardare ai numeri della relazione dei CPT relativi al 2015 e alla previsione 2016. Il prof. Viesti afferma che nel quinquennio 2010-2015 sono venuti a mancare 75 miliardi di spesa a causa della debolezza dell’economia, delle necessità di risanamento dei conti pubblici, ma soprattutto delle scelte di politica economica che sono state effettuate le quali stanno dunque portando a un calo delle attività di manutenzione, ammodernamento e ampliamento del capitale pubblico del nostro paese. Le stime per il 2016, disponibili per l’intera spesa in conto capitale delle sole amministrazioni pubbliche, confermano un ulteriore calo, del 6,6 per cento a prezzi costanti, rispetto all’anno precedente: nonostante fosse attivo l’accordo sulla “flessibilità degli investimenti” concordato con la Commissione europea. Inoltre “I dati preliminari per il 2016 confermano che la spesa in conto capitale nel Mezzogiorno (della sola Pa), nonostante tanti proclami, è tornata a scendere, in misura molto netta (-18 per cento) rispetto all’anno precedente.” Se a questo aggiungiamo che al Sud i fondi della politica nazionale di coesione sono ai minimi storici, il quadro è desolante: “1,5 miliardi (investiti – ndr) di euro all’anno, fra un quarto e un terzo dei livelli medi precedenti. Si tenga presente che in teoria sarebbero disponibili 54,8 miliardi di euro per il 2014-20: cioè 6,3 miliardi all’anno (80 per cento del totale) al Sud. Le necessità di manutenzione e sviluppo del carente capitale pubblico nel Mezzogiorno ricadono quindi in misura spropositata sui soli fondi strutturali europei, che svolgono perciò un ruolo solo parzialmente compensativo (e caratterizzato da ritardi e vincoli procedurali)”. In sintesi: dobbiamo ringraziare Bruxelles! Viesti poi conclude l’articolo dando un quadro di insieme della situazione che ci fa capire dove vengano dirottati i fondi del sud (e non per il sud!): “Per collocare queste politiche in una prospettiva storica lunga, si può infine notare, riprendendo un’elaborazione contenuta nella Relazione (CPT – ndr), che la spesa per interventi nazionali finalizzati allo sviluppo del Mezzogiorno, che si aggirava intorno allo 0,85 per cento del Pil italiano negli anni Settanta, è progressivamente scesa, fino allo 0,47 per cento negli anni Novanta, allo 0,33 per cento del primo decennio del nuovo secolo e allo 0,15 per cento del 2011-2015.” Adesso capite dove vanno a finire i nostri soldi? Eppure il rapporto 2017 della Svimez sul Mezzogiorno, parla di crescita ed esportazioni in aumento per l’industria manifatturiera meridionale. Sempre Viesti in un articolo del 10 novembre scorso afferma (fonte: lavoce.info): “Nel biennio 2015-16 l’industria manifatturiera nelle regioni meridionali ha mostrato importanti segnali positivi: il prodotto è cresciuto di oltre 7 punti, l’anno scorso sono aumentati anche l’occupazione (1,4 per cento) e, vivacemente, gli investimenti.” E ancora: “Il messaggio di questi dati è importante: persino dopo tanti anni di crisi, e nel pieno di una competizione internazionale vivacissima, produzioni industriali provenienti dal Sud sono competitive. Meritano analisi approfondite, sulle loro storie, su ciò che le contraddistingue, sull’eterogeneità delle imprese (i livelli medi di produttività nel manifatturiero sono del 30 per cento inferiori ai dati nazionali). L’estensione di questo ancor piccolo nucleo di “settore esportatore”, fatto da imprese manifatturiere e di servizi capaci di vendere i propri prodotti al di là della domanda locale, rimane l’unica opzione ragionevole di sviluppo autonomo dell’area.” Come dare torto al professore? Ma la questione è che chi dovrebbe redigere le analisi di questi fenomeni, se ne infischia! Una simile crescita ottenuta con i soli fondi europei e con lo 0.15% del PIL nazionale investito, dovrebbe far spalancare gli occhi ai “politicantes” sulle potenzialità e sulle opportunità che il Sud aprirebbe all’Italiella se solo venisse trattato alla stessa stregua del nord. E invece ci ritroviamo a discutere delle conseguenze che questa disparità di trattamento comporta.

Fine prima parte – (Leggi seconda parte)

d.A.P.

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