La Puglia sotto attacco (prima parte).

Vale di più il denaro o la salute dei cittadini? In altri tempi la risposta sarebbe stata scontata, oggi non lo è. Lo sarebbe, invece, se la domanda fosse vale di più la salute di un tarantino o di un genovese, di un pugliese o di un ligure?

A Genova nel 1998 una certa azienda che produceva acciaio denominata ILVA chiuse il proprio parco minerale a causa del suo impatto sulla salute degli abitanti del quartiere di Cornigliano, in seguito a studi epidemiologici che attestavano come, in quel quartiere, il tasso di mortalità fosse superiore rispetto a tutta la città di Genova. L’impianto continuò a funzionare con il pellet importato dall’estero. Successivamente, nel 2002, per lo stesso motivo, furono chiuse le cockerie (impianti per ottenere il coke mediante la distillazione del carbon fossile) e nel luglio 2005 veniva spento anche il secondo altoforno (il primo era già dismesso da tempo) di fatto segnando la fine della siderurgia a caldo nella città di Genova. Si abbatté l’inquinamento, si aumentò la disoccupazione. A Genova l’Ilva è stata riconvertita a “Polo del freddo” ovvero, cito dal sito dell’azienda, “cura la verticalizzazione dei prodotti a caldo provenienti da Taranto e costituisce, data la posizione strategica, il naturale collegamento con lo stabilimento di Novi Ligure e, in generale, con i mercati del Nord Italia e del Nord Europa”. In sintesi: a Taranto carne da macello, a Genova operai specializzati: un tempo era il contrario.

È di qualche giorno fa la notizia riportata dall’ANSA che il governo ha respinto la proposta della regione Puglia e del Comune di Taranto di ridiscutere il DPCM del 29 settembre sul piano ambientale dello stabilimento. Motivo? “Non può essere condivisa per motivi di merito e di diritto”. Neanche fossimo in tribunale! Ma la vicenda è molto più complessa. La richiesta della Regione e del Comune è, in soldoni, che lo stabilimento abbandoni la carbonizzazione ed adotti sistemi di produzione puliti; però la Arcelor-Mittal-Marcegaglia aggiudicataria della gara, ai danni della cordata Jindal, Arvedi, Delfin e CDP (che avrebbero riconvertito a gas), prevede il carbone. E qui sorgono alcune domande:

  1. Perché se Genova di fatto ha chiuso nel 2005 la sua produzione a caldo per tutelare la salute degli abitanti, Taranto ancora produce a caldo da 13 anni anni a questa parte?
  2. Perché se Jindal aveva proposto la conversione a gas, i commissari hanno scelto l’offerta di Mittal?
  3. La tanto osteggiata TAP che deturperà una delle più belle spiagge della Puglia (San Foca a Melendugno) non sarebbe potuta essere a questo punto funzionale all’Ilva?

Partiamo dalla TAP: purtroppo credo che la Trans Adriatic Pipeline approderà a San Foca con buona pace di tutti e nonostante la riapertura dell’inchiesta da parte della procura di Lecce che indaga per truffa e falso (lo vedremo in seguito). Ma TAP altro non è che l’ennesimo tributo che l’Italia, dato il suo poco peso politico a livello europeo e mondiale, deve concedere alla UE e alle sue lobbies, e non solo. Perché tra cinquant’anni, ovvero a fine vita, l’impianto insieme ai condotti sotterranei e sottomarini verranno lasciati a marcire sul territorio e in mare. In altri posti, ad altre latitudini neanche troppo lontane, la concessione per un impianto di simile portata avrebbe previsto la garanzia dello smantellamento a fine vita a carico del concessionario (ovvero TAP stessa). Invece San Foca e la Puglia (attenzione non l’Italia) dovranno farsi carico dello smaltimento di “polimeri, metalli, residui solidi del passaggio del gas oltre che delle altre problematiche relative agli aspetti geomorfologici, geoidrologici, biologici ed ecosistemici in genere legati alla presenza dell’infrastruttura”(Controrapporto del Comune di Melendugno in collaborazione con il Politecnico di Bari depositato al Ministero dell’Ambiente).

Inoltre i vantaggi non si trovano neanche se si considera l’aspetto occupazionale: 50 posti di lavoro che non dovranno essere assegnati preferenzialmente ai locali, ma ai candidati maggiormente qualificati; a dirlo è la stessa società TAP.

Dal 2012 il Pil della Puglia è in costante crescita trainato da agricoltura e turismo. Un esempio di valorizzazione del territorio che al sud non ha eguali. La TAP è l’antitesi di tutto questo.

Ma allora a chi serve la TAP? Servirà a svincolarsi da GAZPROM e dalla Russia? No: per la portata che ha, potrà compensare, ma non sostituire. Servirà all’Italia? Nenache, data la sovrabbondanza di metano ora esistente e per quanto il “bel paese” voglia diventare l’hub del gas in Europa. TAP sarà fonte di guadagno solo per l’Azerbaijan e per la stessa multinazionale.

Ma chi c’è dietro TAP? Un’inchiesta de “L’espresso” pubblicata il 3 aprile 2017 lo svela, almeno in parte: “Alla base del Tap, il supergasdotto che minaccia di perforare le coste del Salento, c’è una storia nera mai raccontata prima. Un intreccio di vicende pubbliche e segreti privati”. La TAP è l’ultimo troncone di un mega gasdotto che dal giacimento azero di Shah Deniz 2 arriva fino in Italia, passando per la Gerogia, la Turchia, la Grecia, l’Albania dove “s’inabissa in mare (fino a meno 820 metri) e arriva in Salento […] Contro questo tracciato, oltre ai cittadini del fronte “No Tap”, si sono schierati i sindaci interessati e il governatore della Puglia, Michele Emiliano, che ha chiesto più volte di «far approdare il gasdotto direttamente a Brindisi, evitando 55 chilometri di scavi e tubi superflui»”. E di fronte a questa obiezione i governi dell’epoca cosa hanno fatto? I signori delle lobbies Monti, Letta e Renzi inseriscono TAP tra le opere strategiche nazionali, ragion per cui possono essere ignorate le richieste e le rimostranze di comuni e regioni in virtù dell’interesse nazionale. Questo “fatto” dell’interesse nazionale io l’ho già sentito: ricordate Bedeschi (Il Foglio del 13 agosto 2017) quando parlava dell’introduzione dei dazi protezionistici nel 1887 “per garantire l’avvento di un processo di industrializzazione al Nord, nel superiore interesse della collettività nazionale e (in prospettiva) dello stesso Mezzogiorno”? Quando si interviene ai danni del Sud lo si fa sempre nell’interesse nazionale e in prospettiva per il sud stesso; da 150 anni a questa parte! Insomma per la TAP vale la stessa cosa: “basta una valutazione d’impatto ambientale gestita dal ministero […] Il super gasdotto, dunque, è un’opera progettata, eseguita e gestita da imprese private, ma dichiarata di eccezionale interesse pubblico, addirittura sovranazionale”. Questo è il modo di fare italiano! Questo è il federalismo all’italiana!

Tuttavia, la storia della TAP parte da lontano. Nel 2004/2005 la Egl Italia (branchia del colosso svizzero dell’energia Elektrizitäts Gesellschaft Laufenburg) ottiene due finanziamenti europei a fondo perduto per circa tre milioni, che vengono utilizzati per i progetti preliminari e per gli studi di fattibilità. TAP quindi nasce con fondi strutturali europei concessi ad una società svizzera, che con l’Europa non ha niente a che fare. L’ AD di EGL Italia, Raffaele Tognacca, cittadino svizzero con un passato in Erg, gestisce con la moglie una società finanziaria Viva Transfer che un’inchiesta antimafia italiana ha segnalato come una “lavanderia di soldi sporchi”. Nel 2014 la Viva Transfer si occupa di ripulire un milione e mezzo che la ‘ndrangheta doveva corrispondere a narcotrafficanti brasiliani per una partita di cocaina, trattenendo per sé circa 400 mila euro di parcella: “Proprio allora scattano gli arresti. Al processo, tutt’ora in corso, i pm di Roma hanno formulato una specifica accusa di riciclaggio. […] Per i magistrati italiani resta assodato che il clan calabrese usò la Viva Transfer per pagare la cocaina. Ma i giudici elvetici potrebbero aver archiviato tutto per «mancata prova del dolo»: Tognacca poteva non sapere che erano soldi di mafia. Magari pensava di aiutare onesti evasori fiscali. Certo è che mister Tap non disprezzava le valigie di denaro nero”.

EGL Italia non c’è più, assorbita da AXPO, altra società svizzera, alla quale attraverso una sua affiliata, TAP asset spa, nel 2009 la commissione europea ha dirottato i finanziamenti di EGL. Tuttavia la società incamera i contributi “quando è già diventata una scatola vuota: nove mesi prima, infatti, ha venduto il progetto del supergasdotto, per almeno 12 milioni, all’attuale capofila Tap Ag”.

Anche TAP Ag è svizzera ed è controllata da una cordata di multinazionali dell’energia “come l’italiana Snam, l’inglese Bp, la belga Fluxys, la spagnola Enagas, l’azera Az-tap e naturalmente Axpo”.

E i Panama Papers rincarano la dose su TAP: “I documenti offshore […] mostrano che tra i clienti dello studio Mossack Fonseca (i cui titolari nel frattempo sono stati arrestati a Panama) compare anche il manager più importante della Tap Ag svizzera. Si chiama Zaur Gahramanov, è nato nel 1982 in Azerbaijan e occupa ruoli cruciali in tutte le società chiave del maxi-gasdotto: è dirigente di grandi aziende del gruppo Socar, il colosso petrolifero dello Stato azero; consigliere d’amministrazione dei gasdotti Tap e Tanap [il TAP turco – ndr]; e gestore di varie società estere, tra cui la cassaforte svizzera che gestisce i profitti miliardari di gas e petrolio”. […] il 18 febbraio 2011 lo studio di Panama registra proprio Gahramanov come azionista di una società offshore delle British Virgin Islands, chiamata Geneva Commodities International Ltd. La società è gestita da un fiduciario elvetico e tutti gli atti vengono trasmessi in Svizzera […] La cassaforte segreta delle Isole Vergini viene resa inattiva il 12 settembre 2014, con una singolare coincidenza di date: proprio quel giorno il governo di Enrico Letta approva la valutazione d’impatto ambientale del Tap. La stessa autorizzazione ministeriale ora convalidata da un’autorevole sentenza del Consiglio di Stato. Che sarebbe stata ancora più autorevole se, a guidare il collegio, fosse andato un togato diverso dall’espertissimo burocrate scelto dal governo Renzi come presidente aggiunto del Consiglio di Stato: Filippo Patroni Griffi, ex ministro e poi sottosegretario dello stesso esecutivo che ha approvato il Tap”.

Tutto chiaro no? TAP è un affare miliardario per pochi, sulla pelle di molti! L’ultima speranza è la procura di Lecce: l’inchiesta riaperta per truffa e falso vede oggetto di accertamento il frazionamento dell’opera tra il tratto TAP e quello Snam che non sarebbero da considerarsi come due metanodotti distinti, bensì un’unica infrastruttura dalla portata e dagli impatti maggiori. Snam sarebbe quindi un’interconnessione tra San Foca e Brindisi (55 km) dove c’è il punto di immissione nella rete nazionale del gas. E sembra che nei terreni espropriati dove verrà ubicato il terminale di ricezione della TAP, troverà posto anche la centrale di Snam; il ché farebbe sospettare un quantitativo maggiore di gas contenuto nel sito, non dichiarato per aggirare la direttiva Seveso che prevede un limite di 50 tonnellate per non essere applicata. Inoltre viene contestato anche il falso inizio dei lavori (già segnalato, ed inascoltato, alla Procura da parte dei Carabinieri in seguito ad un sopralluogo del 17 maggio 2016) poiché lì dove lo scorso maggio c’erano recinzioni in plastica posticce, oggi non c’è più nulla, il ché farebbe decadere le autorizzazioni.

A questo punto ragionevolezza avrebbe voluto che TAP, senza tanti sotterfugi, fosse arrivata a Brindisi (allungando di circa 60 km il percorso sottomarino) dove si sarebbe immediatamente immessa nella rete nazionale; che da Brindisi la Snam avesse provveduto a collegare il metano all’ILVA di Taranto (circa 65 km) in modo da accettare l’offerta Jindal e riconvertire l’ILVA ad energia pulita. Ma la ragionevolezza non abita in Italia perché non esiste nella testa dei politici meridionali che sono a Roma. Il vero interesse nazionale, che Monti, Letta e Renzi hanno sbandierato per la TAP, sarebbe stato quello di pagare con soldi pubblici (e gli italiani, quelli veri, sarebbero stati felici di contribuire con una tassa il cui scopo fosse finalmente chiaro) Snam per realizzare i due tratti “in più” di metanodotto preservando così San Foca e la salute dei tarantini. Ma i soldi qui valgono tanto, specialmente per chi se li mette in tasca senza fare nulla!

d.A.P.

(leggi la seconda parte)

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