Lockdown, Fontana ci riprova.

Le affermazioni di Fontana svelano il bluff di marzo. Cade la maschera sul primo lockdown.

Attilio Fontana vuole un lockdown generalizzato perché “se fermiamo Milano, si ferma la Lombardia” e perché “il virus oggi è diffuso su tutto il territorio nazionale, non come a marzo”. Dov’è il senso di queste affermazioni?

Proviamo a comprenderlo partendo dall’inizio. Marzo 2020: la pandemia dilaga a nord, in particolare in Lombardia. Di fronte ad un virus sconosciuto e considerando i primi dati a disposizione, il Comitato Tecnico Scientifico suggerisce al governo di chiudere le zone del Lombardo-Veneto maggiormente interessate dal contagio. Di fronte a questa paventata possibilità le regioni del nord non ci stanno e pretendono il lockdown totale, coinvolgendo e danneggiando di fatto anche territori dove i contagi sono inesistenti e dove, per il bene del paese e quindi anche del nord, continuare a lavorare e produrre significherebbe alleggerire, almeno in parte, il peso “economico” della pandemia: muoia Sansone con tutti i filistei. Conosciamo il resto della storia: i contagi a nord calano, a sud sono pari a zero, ma si apre solo quando Milano e la Lombardia sono pronte…a fine maggio.

Ci si attenderebbe una collaborazione totale tra le parti e invece tutti hanno la propria versione: da De Luca a Emiliano, da Fontana a Zaia con in testa Bonaccini a portare la bandiera dei campanilismi.

Adesso ci risiamo. La seconda ondata, come previsto, grazie anche ai vacanzieri, è arrivata violenta e diffusa, ma non uniforme. Le opposizioni ci sguazzano, il governo e le regioni, non esenti da responsabilità, devono trovare soluzioni comuni. Ci si attenderebbe una collaborazione totale tra le parti e invece tutti hanno la propria versione: da De Luca a Emiliano, da Fontana a Zaia con in testa Bonaccini a portare la bandiera dei campanilismi. A tutti, però, sfugge una differenza sostanziale: perché novembre non è marzo? Perché lo sostiene Fontana? Sì, e sostenendolo, da solo, si tira la zappa sui piedi.

Nonostante i contagi siano diffusi su tutto il territorio nazionale essi non sono omogenei; l’indice Rt resta differente tra zone interne e metropolitane non “per l’ampiezza del tracciamento che varia da regione a regione”, come il governatore lombardo afferma, bensì perché è del tutto normale, visto il dilagare del virus, che esso sia maggiore dove maggiore è il numero di abitanti. Inoltre, abbiamo ospedali e personale sanitario attrezzati ed organizzati per far fronte all’emergenza, così come imprese, commercianti e servizi i quali hanno attivato tutti i protocolli di prevenzione e hanno investito in sicurezza. Questo non ci mette totalmente al sicuro, tuttavia garantisce maggiore tenuta, specialmente nelle zone a basso contagio.

Le ragioni di Fontana sono un controsenso: perché se fermare Milano significa fermare la Lombardia, allo stesso modo fermare l’Italia significherebbe fermare la Lombardia e quindi Milano

Per quale motivo allora chiudere di nuovo tutto se la situazione è monitorabile e allo stesso tempo il CTS consiglia restrizioni locali in base all’indice Rt? Per lo stesso motivo per il quale abbiamo “dovuto” chiudere a marzo: lo dice la Lombardia, lo dice Fontana. Ma le ragioni di Fontana sono un controsenso: perché se fermare Milano significa fermare la Lombardia, allo stesso modo fermare l’Italia significherebbe fermare la Lombardia e quindi Milano (ammesso che si considerino ancora Italiani). Inoltre, il governatore raggiunge il paradosso quando sostiene che attualmente la diffusione del virus interessa tutto il territorio nazionale a differenza di marzo, riconoscendo di fatto, e a sua insaputa, che durante la prima ondata, vista l’enorme differenza di contagi tra nord e sud, la chiusura totale era auspicabilmente evitabile. Perché mai, dunque, dovremmo ascoltare i suggerimenti/imposizioni di un soggetto che riconosce di essere il responsabile della più grave crisi sociale alla quale gli italiani abbiano mai assistito?

Un consiglio all’esecutivo: abbia per una volta il coraggio e la responsabilità di scelte autonome e nel vero interesse di ogni singolo cittadino, lasciando cadere proposte insulse che piuttosto suonano come diktat e che provengono da coloro i quali predicano il federalismo “sano”, ma lo distorcono a loro proprio tornaconto o di chi rappresentano, anche nella drammaticità degli eventi. Il rischio è alto e il gioco non vale la candela di fronte alla resistenza dell’opinione pubblica.

Tuttavia se proprio deve essere un leghista colui al quale rivolgersi per “consulenze”, si provi con Zaia. Almeno, in Veneto, ha dato prova di saper fronteggiare al meglio la pandemia e le sue valutazioni potrebbero essere maggiormente affidabili, nonostante faccia ancora confusione tra congiuntivo e condizionale.

d.A.P.

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