L’Umbria sceglie la Lega. Cosa hanno intenzione di fare a Sud?

Urgono intese e novità politiche per le prossime regionali a Sud. Le prospettive, infatti, non sono delle migliori.

Ieri è toccato all’Umbria, domani potrebbe toccare a Calabria, Campania e Puglia. La Lega è forte, fortissima, e in Umbria, che è un po’ la Basilicata del centro-nord, ha vinto lo scandalo sanità. Sì perché sono tante le analogie tra Umbria e Basilicata e non solo per Pittella e Marini. Entrambi del centro-sinistra entrambi travolti da illeciti sulla sanità regionale. Ma non sarà Salvini con il centro destra a togliere le castagne dal fuoco né in Umbria, né in Basilicata, né altrove. Il problema della classe politica italiana è morale. Se pensiamo allo scandalo sanità nella Lombardia dell’era Formigoni, possiamo ben dire che sulla marmellata ci si fiondano tutti. Il problema è, piuttosto, essere coscienti che quella marmellata non è la tua e non ne puoi disporre a tuo piacimento. Trattasi di onestà, quella tanto osannata dai Cinque Stelle che pagano il prezzo più alto in Umbria per aver sperimentato un’alleanza “civica” con il PD. Non basta, infatti, un aggettivo come “civica” per cambiare la sostanza agli occhi degli elettori. I grillini si sono smarriti al loro interno a causa della propria connaturata pluralità di pensiero e di anime, riunita sotto la bandiera ideologica dell’onestà, della rivoluzione, delle scatolette di tonno che ne impedisce il perseguimento di una linea comune. E’ da 25 anni che in Italia va di moda l’uomo forte: Berlusconi, Renzi, Salvini, con brevi intermezzi prodiani-montiani, hanno monopolizzato la scena politica. Il cambiamento dei grillini non ha avuto successo perchè gli italiani non si fidano più della corrotta e autoreferenziale democrazia parlamentare, preferendole una sorta di gerarchia presidenzialista, altrettanto corrotta, ma che sbandiera in propaganda di aver a cuore solo gli interessi degli italiani. Siamo noi, insomma, la razza superiore e finalmente qualcuno se n’è accorto. E quel qualcuno sono Salvini e la Lega Nord per l’indipendenza della Padania (questo ancora il nome ufficiale registrato all’ “anagrafe”), che fanno leva su queste frustrazioni popolane. E nel caso specifico hanno fatto leva, lo spiega bene Alessandro Campi su Il Mattino di oggi, “su uno scandalo politico-giudiziario, legato alla gestione della sanità, rivelatore di un sistema di potere che non era corrotto, quanto logoro e autoreferenziale e sfacciato, reso arrogante dal convincimento di non avere alternative. I cittadini votano per motivazioni spesso diverse da quelle che muovono le valutazioni degli analisti. Coloro che hanno immaginato un referendum pro o contro Salvini o un pronunciamento sulla maggioranza che sostiene l’attuale governo rosso-giallo, hanno trascurato il peso dei fattori interni (i timori degli umbri per la crescente marginalizzazione del loro territorio, così come certificata da tutti gli indicatori statistici) e soprattutto l’impatto emotivo che sull’opinione pubblica locale aveva avuto quella vicenda scoppiata appena pochi mesi fa”.

Alla luce dell’espansionismo leghista la domanda per il Sud si riduce a questa: cosa ha intenzione di fare il PD e cosa il Movimento 5 Stelle non per fermare Salvini, motivazione che farebbe solo gli interessi del leghista, ma per riproporsi come alternativa seria alla nuova deriva italiana. Di più: cosa hanno intenzione di fare i vari movimenti meridionalisti, intrappolati tra banali liti intestine e riti folkloristici, per contrapporsi ad un probabile successo della Lega Nord nei nostri territori che condannerebbe tutto il Sud alla miseria?

Ecco spiegato il successo leghista in Umbria così come in Basilicata: la perdita del senso della realtà da parte del centro sinistra. Le analogie con la Basilicata? La marginalizzazione del territorio, in Basilicata atavica, lo spopolamento dei centri abitati, in Basilicata ancestrale, la latitanza di serie politiche per lo sviluppo del territorio, in Basilicata del tutto inesistente. Tuttavia ancora Campi riporta alla realtà il centro sinistra che, colpevolmente, non considerando l’impatto sull’opinione pubblica della vicenda sanità, ha creduto che “il rinnovamento dei propri gruppi dirigenti potesse avvenire facendo leva sul mimetismo e sulla memoria corta dei cittadini. Da qui il trucco di una coalizione cosiddetta civica”. Da qui la debacle regionale che era, tuttavia, nell’aria perché anticipata dai successi del centro-destra nei maggiori comuni umbri, nonché nei due capoluoghi di provincia. Alla luce dell’espansionismo leghista la domanda per il Sud si riduce a questa: cosa ha intenzione di fare il PD e cosa il Movimento 5 Stelle non per fermare Salvini, motivazione che farebbe solo gli interessi del leghista, ma per riproporsi come alternativa seria alla nuova deriva italiana. Di più: cosa hanno intenzione di fare i vari movimenti meridionalisti, intrappolati tra banali liti intestine e riti folkloristici, per contrapporsi ad un probabile successo della Lega Nord nei nostri territori che condannerebbe tutto il Sud alla miseria? I prossimi campi di battaglia, a Sud, sono Calabria, Campania e Puglia e urge una soluzione definitiva. Quale? L’unità! Per conseguire cosa?

A Sud, nonostante le conclamate e provate ingiustizie subite dalla parte “indipendentista”, a nessuno, e dico a nessuno, è balenato per la testa di reclamare l’indipendenza di un territorio che ha una storia millenaria come stato unitario con una sua organizzazione e struttura.

Arriviamoci ragionando insieme. Esiste in Italia un partito politico che nel proprio statuto ha scritto di voler conseguire l’indipendenza di una fantomatica nazione, mai esistita, mai nominata nei libri di storia e che non ha mai avuto un’organizzazione statale: trattasi della Padania. Da 25 anni questo partito politico si (s)batte per l’indipendenza di quel territorio del nord Italia e nel 2019 è molto vicino a conquistare il governo dell’intera penisola. Dalla parte opposta, a Sud, nonostante le conclamate e provate ingiustizie subite dalla parte “indipendentista”, a nessuno, e dico a nessuno, è balenato per la testa di reclamare l’indipendenza di un territorio che ha una storia millenaria come stato unitario con una sua organizzazione e struttura. Tutto ciò è assurdo! I vari movimenti si sono incaponiti a reclamare ognuno per sé la legittimità di tali rivendicazioni, finendo per confondere la popolazione, disperdere i già pochi consensi, e scadendo in meri movimenti di protesta sterile e folkloristica. Non faccio nomi perché tutti sono complici di questo inattivismo attivo (passatemi la licenza). Assistiamo da anni a conferenze varie, a presentazioni di libri che ci cantano di come eravamo bravi, ricchi, potenti, addirittura esiste un parlamento delle due sicilie, ma sembra scomparsa la speranza di assistere ad una evoluzione del pensiero meridionalista in pensiero autonomista meridionale. Ognuno di questi movimenti, insomma, resta, anch’esso come il centro sinistra, autoreferenziale, disorientando la gente la cui coscienza non viene alimentata dal senso di appartenenza comune per la nostra Terra.

L’astensionismo a Sud, e mi rivolgo ai pseudo-leaders dei mille movimenti, non è segno di svogliatezza o poco senso civico, ma latitanza di un soggetto politico radicato nel territorio che rappresenti la nostra identità, la nostra appartenenza, i nostri interessi sociali ed economici.

Ecco perché la disillusione del Mezzogiorno nei confronti di una rivendicazione unitaria che non c’è; ecco perché la rassegnazione nei volti di tanti elettori chiamati a votare per qualcosa in cui non credono se non per mero tornaconto personale; ecco perché i numeri da capogiro degli astensionisti al Sud. L’astensionismo a Sud, e mi rivolgo ai pseudo-leaders dei mille movimenti, non è segno di svogliatezza o poco senso civico, ma latitanza di un soggetto politico radicato nel territorio che rappresenti la nostra identità, la nostra appartenenza, i nostri interessi sociali ed economici. È ora di abbandonare le retoriche moralistiche sul non voler essere come Salvini, per affrontarlo sul suo stesso campo: quello dell’indipendenza per la rinascita del Mezzogiorno d’Italia. È ora di riunirsi sotto un’unica insegna, nuova e libera da legami storici e nostalgici. Il Regno delle Due Sicilie non c’è più, eppure noi discendiamo da lì. Ma la realtà odierna ci dice che non abbiamo bisogno dei Borbone, né di una nazione unita sotto il tricolore se questa ci tratta da colonia. I tempi sono maturi per la nascita, lo sviluppo e la presa di coscienza di una nuova identità popolare e territoriale, prima che politica, che unisca tutte queste frammentate realtà meridionali nell’interesse di un Sud prospero e vitale all’interno della Repubblica Italiana, oppure autonomo.

La nostra identità, la nostra dignità va oltre quelli che sono i giudizi del potere. Noi siamo una nazione con o senza l’intero stivale. Questo è l’impeto, l’orgoglio e l’ideale che ci deve unire abbandonando per sempre, lo ribadisco, le paure di essere o diventare come Salvini perché ce lo impediscono la nostra storia, la nostra cultura, il nostro senso civico e di appartenenza che sono del tutto assenti nella Lega Nord per l’indipendenza della Padania.

Lo scorso settembre su “Il Quotidiano del Sud” il direttore Napolitano lanciò il Manifesto per l’Italia. Sembra essere rimasto lettera morta, ma i sei punti di quel documento indicano la via politica da seguire per la rinascita del Mezzogiorno dentro o fuori l’Italia. C’è qualcuno che vuole davvero farlo suo e costruire su di esso un movimento politico meridionale e non meridionalista? E non ci fermino le accuse di revanscismo, di nostalgismo e di piagnisteo. La nostra identità, la nostra dignità vanno oltre quelli che sono i giudizi del potere. Noi siamo una nazione con o senza l’intero stivale. Questo è l’impeto, l’orgoglio e l’ideale che ci deve unire abbandonando per sempre, lo ribadisco, le paure di essere o diventare come Salvini perché ce lo impediscono la nostra storia, la nostra cultura, il nostro senso civico e di appartenenza che sono del tutto assenti nella Lega Nord per l’indipendenza della Padania. Il mio accorato appello dunque a tutti, ma proprio tutti, i rappresentanti dei movimenti e delle associazioni meridionaliste a unirsi per diventare Movimento per il Mezzogiorno d’Italia; oppure lo chiamino come diavolo gli pare, ma occorre correre uniti screditando finalmente, a Sud, tutti i partiti che ci hanno ingannato, derubato, soggiogato e sfruttato da 160 anni. L’ultima possibilità, in ordine di tempo, si chiama M24A come catalizzatore di tutte le espressioni meridionaliste, nella speranza che al più presto, perché è già tardi, esso produca un soggetto politico con veri leaders capaci di lavorare e fare politica per noi stessi e per ottenere quello che ci spetta di diritto: essere finalmente cittadini italiani o finalmente essere liberi da un giogo secolare. L’alternativa è la disgregazione della nostra Terra.     

d.A.P.

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