Nordiche contraddizioni.

Il Piano Nazionale per le Risorse ai Ricchi (PNRR) prima ci azzoppa e poi sostiene che non sappiamo correre, sdoganando il pregiudizio sul mezzogiorno anche in Europa.

Alzi la mano chi di voi ha osato leggere il Piano Nazionale Ripresa e Resilienza. E tra quelli che lo hanno letto, chi ci ha capito una beneamata. Certo di difficile comprensione, eppure ai più non è passato inosservato un passaggio a pagina 39 che così recita:

“L’attuale crisi ha colpito ulteriormente il Mezzogiorno, toccando settori centrali per l’area come il turismo e i servizi e incidendo pesantemente sull’occupazione femminile e giovanile. Occorre dunque superare la debolezza strutturale del sistema produttivo del Sud, in corrispondenza alle raccomandazioni specifiche della Commissione europea. […]Dalla persistenza dei divari territoriali derivano scarse opportunità lavorative e la crescita dell’emigrazione, in particolare giovanile e qualificata, verso le aree più ricche del Paese e verso l’estero. Questo genera un ulteriore impoverimento del capitale umano residente al Sud e riduce le possibilità di uno sviluppo autonomo dell’area. Il Mezzogiorno è caratterizzato non solo da un più basso livello di Pil pro capite rispetto al Centro-Nord, ma anche da una più bassa produttività, qualità e quantità del capitale umano, delle infrastrutture e dei servizi offerti dalla Pubblica Amministrazione. Tra il 2008 e il 2018, la spesa pubblica per investimenti nel Mezzogiorno si è più che dimezzata ed è passata da 21 a poco più di 10 miliardi”.

Come interpretare un simile passaggio? Una pregiudizievole ammissione di colpa alla quale, tuttavia non si vuol porre rimedio. Proprio così! Perché se da una parte si dichiara necessario il superamento della debolezza strutturale-produttiva del Mezzogiorno, come l’Europa chiede, dall’altra il piano, per farvi fronte, prevede di allocarvi solo il 40% delle risorse stanziate. Se dalla persistenza dei divari territoriali derivano la disoccupazione e l’emigrazione di giovani qualificati che impoverisce ulteriormente il “capitale umano”, dall’altra per farvi fronte si stanzia solo il 40% delle risorse disponibili. Se insomma siamo messi male, e forse peggio, per aiutarci ci danno solo il 40% del Recovery. Che poi non è il 40%, ed è inutile spiegarne di nuovo i motivi.

Ma l’apice della discettazione economica sta nell’ultima parte, la quale, sdoganando nelle stanze europee il pregiudizio nordico sul Mezzogiorno, non ha pudore nell’assumersi, a propria insaputa, tutte le responsabilità in merito alle condizioni in cui esso versa. Siamo dipinti come dei buoni a nulla, “capitale umano” qualitativamente e quantitativamente caratterizzato da bassa produttività in ogni settore dal pubblico al privato. E sebbene non si comprenda sulle basi di quale lombrosiana ricerca e/o indagine emerga una simile tesi, il passaggio si conclude con l’ammissione che tali condizioni, infrastrutture comprese, sono il frutto di mancati investimenti pubblici al Sud. Soldi che, in 10 anni, sono stati indebitamente distratti “altrove” a vantaggio dei Mose, degli Expò, delle innumerevoli varianti di valico e pedemontane, senza contare l’alta velocità, gli asili, le scuole e le università.

Insomma un bengodi per i nostri fratell(astr)i che però ci danno il 40% del Recovery perché il “capitale umano” dal livello produttivo basso, di più non può e non deve pretendere. E ringraziate, perché qui quei soldi sarebbero stati sprecati a danno dei loro stadi, delle loro innumerevoli linee ferroviarie e delle nuove varianti di valico già in programma. Come dite? Il ponte? Ma non scherzate…hanno appena dato 11 miliardi sull’unghia a Zaia e Fontana per le olimpiadi. Zitti e fate gli italiani o, se preferite, il “capitale umano”, diversamente italiano, per gli italiani!

d.A.P.

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