Ricordare per unire.

C’è da ammetterlo! La Puglia è molto più avanti della mia Campania sulla questione meridionale, dove per questione meridionale io intendo l’affrancamento sociale e culturale di tutti i territori del Regno delle Due Sicilie dall’occupazione piemontese.

Mi spiego meglio: il 4 luglio scorso il consiglio regionale pugliese ha approvato la mozione del M5S che istituisce ufficialmente il 13 febbraio la Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’unità d’Italia. E dal mese di luglio tutte le maggiori testate giornalistiche, del nord si intende, hanno criticato aspramente la vicenda, definendola una mera propaganda elettorale. Esattamente come lo è stata la vicenda del referendum lombardo-veneto, aggiungerei io.

Una considerazione, tuttavia, appare doverosa: questi sono i segnali di una insofferenza che le due italie patiscono l’una nei confronti dell’altra. E, come ho già detto e spiegato su questo sito, l’ascia da guerra non siamo stati noi a dissotterrarla.

Se poi si scrive, come ha fatto Gurrado su Il Foglio del 9 agosto (ma è in buona compagnia) che sono solo chiacchiere, o peggio mera nostalgia borbonica, allora si capisce il motivo della dualità italiana. Personalmente sono favorevole alla scelta e alla presa di posizione pugliese e successivamente lucana e spero, in futuro, di tutte le regioni del Sud (Sicilia inclusa!) e mal digerisco il depistaggio e la ridicolizzazione perpetrata in merito bollandola come operazione nostalgico-borbonica. Ho ampiamente illustrato, sulle pagine di questo sito, come nessun movimento del Sud soffra una tale nostalgia; piuttosto tutti si prefiggono di operare per la definitiva emergenza della verità negata e nascosta, legata a doppio filo al sogno non utopico di un futuro prosperoso e migliore per la nostra terra.

Tutto questo non ha niente a che vedere con il grillismo, ma molto di più con l’onesta intellettuale di ognuno. E se i grillini pugliesi sono più onesti intellettualmente di tanti altri politici meridionali, da individuare in una tale presa di posizione la pietra miliare di un nuovo inizio sociale e culturale per il Sud, allora noi tutti ce ne faremo una ragione.  

Perché nei fatti (e corro il rischio di essere ripetitivo e noioso) un esercito di mercenari al soldo piemontese invase una nazione amica e pacifica senza dichiarazione di guerra rubando, stuprando e ammazzando.

Cose che in guerra accadono, mi si obietterà, ma nel caso italico c’è una grossa differenza, anzi due: la prima vede una guerra combattuta tra Garibaldi e i suoi mercenari ai danni della popolazione civile (andatevi a rivedere, per esempio, Bronte) per favorire i poteri forti e le lobbies dell’epoca (Inglesi e Massoneria) poiché gli alti ufficiali di Sua Maestà furono tutti corrotti e l’esercito e la marina abbandonati a loro stessi; soprattutto, e siamo alla seconda differenza, la storiografia ufficiale ha sempre sottaciuto questi eventi, di fatto quindi cancellandoli dalla storia e dalla memoria dell’intero paese, promuovendo l’annessione, o meglio la conquista del Sud (come apertamente si diceva nelle sedute parlamentari torinesi del nuovo regno), come una cavalcata trionfalmente accolta dai meridionali da Marsala fino a Napoli e osteggiata dai Briganti esseri culturalmente e socialmente inferiori.

Addirittura il prof. Dino Cofrancesco (Storia delle dottrine politiche all’Università di Genova), dalle colonne de “Il Giornale” di qualche mese fa, afferma che se due intellettuali siciliani come Rosario Romeo e Adolfo Omodeo sono stati favorevoli (in buona compagnia meridionale, si intende, sia nel passato che nel presente) all’invasione, considerandola foriera di miglioramento e progresso, allora per il Sud certamente l’annessione è stata un vantaggio. Teoria alquanto bizzarra.

Ricordo a tutti voi che leggete che nei suoi “Quaderni”, a pagina 1815, un tale di nome Antonio Gramsci scriveva: “le interpretazioni del passato, quando del passato stesso si ricercano le deficienze e gli errori . . . non sono ‘storia’ ma politica attuale in nuce.” Doveva essere un pazzo!

E se era pazzo, allora Cofrancesco è perlomeno miope se non del tutto cieco, quando, continuando, sostiene che l’emigrazione di massa patita dal meridione successivamente all’annessione, è frutto della sua stessa arretratezza economica e sociale alla quale l’Italia unita avrebbe posto rimedio (credo che il pazzo di prima, ora si stia rivoltando nella tomba!) e aggiunge poi che anche le popolazioni meridionali non furono tanto misericordiose con i piemontesi.

Bisognerebbe, però, spiegare al prof. Cofrancesco che le teste mozzate dei bersaglieri issate sulle picche nei piccoli centri rurali meridionali (credo di aver documentato a sufficienza e lo farò ancora le brutalità piemontesi nei paesini del Sud), erano la reazione logica ed altrettanto violenta dell’unico esercito che fu in grado di combattere come poteva un’invasione barbarica: il popolo! Queste persone, scevre da certe logiche, videro da un giorno all’altro, senza che alcun esercito fosse passato di lì ad imporlo con la forza, sostituire con il tricolore la bandiera del Re sui pennoni da parte dei traditori dell’alta borghesia locale e delle istituzioni. A questo si ribellarono, anche uccidendo i traditori (all’epoca era la pena per la lesa Maestà ed in Piemonte lo sanno bene!), e per questo furono massacrati dalle truppe mercenarie giunte in seguito! I caduti dell’esercito borbonico leale al sovrano, si contarono invece solo a Gaeta (peraltro insieme ai civili sotto il bombardamento del carnefice Cialdini) e sul Volturno. Il resto furono uomini, vecchi, donne e bambini passati a fil di spada o fucilati dalle legioni “patriottiche” ungheresi in una guerra/guerriglia per forza di cose impari.

Tornando alla presunta arretratezza del Sud causa dell’emigrazione, mi spieghi, cortesemente, Cofrancesco, perché mai i nostri conterranei avrebbero atteso i Piemontesi per emigrare: nessuno glielo aveva mai impedito, e nessuno se ne era mai andato se non esiliato per alto tradimento (vedi i vari Spaventa, Settembrini, Poerio, Pironti, Castromediano, Maffei, Schiavoni, Faucitano etc. tutti massoni) ed accolto a braccia aperte da Cavour. Semmai era il Regno delle due Sicilie che reclutava personale dal nord per lavorare nelle fabbriche. Ho già avuto modo, nelle pagine di questo sito, di riportare i dati dell’occupazione a sud dal primo censimento del 1861 (fatto quindi dai Peimontesi!) e li ripeto sinteticamente per conoscenza del prof. Cofrancesco nonché del prof. Bedeschi, il quale, dalle colonne del “Il Foglio del 13 agosto, sostiene l’arretratezza industriale del Sud: nelle province dell’ex Regno delle Due Sicilie i lavoratori nell’industria erano 1.595.359, nell’agricoltura 3.133.261, nel commercio 272.060; nel resto d’Italia (Sardegna compresa, perché piemontese) nell’industria erano impiegati 1.435.437 lavoratori, nell’agricoltura se ne contavano 5.960.807, nel commercio 372.378. Ora, se consideriamo che grossomodo il territorio meridionale è 1/3 del totale della penisola è facile dedurre chi in proporzione fosse la più (pre) industrializzata e chi la più agricola tra le due realtà dell’epoca. In seguito fu la politica liberoscambista adottata da Torino a mettere in ginocchio ciò che rimaneva dell’industria meridionale (letteralmente deportata a nord e che, fino ad allora, aveva goduto del regime protezionistico borbonico), favorendo il ritorno al latifondo, tanto osteggiato dai  Borbone, le cui produzioni ed esportazioni contribuirono a mantenere piccole le differenze in termini economici tra nord e sud perlomeno nei primi vent’anni. Protezionismo che, tanto criticato dai luminari economisti piemontesi, fu reintrodotto in Italia a partire dal 1887 per favorire lo sviluppo industriale, guarda caso, del Nord e che segnò la definitiva miseria delle popolazioni del Sud condannandole all’emigrazione. La considerazione su quanto ci avessero visto lungo i Borbone nell’adottare misure protezionistiche per un sano sviluppo industriale, viene da sé, ma la affronteremo in altra sede.

Tutto ciò ed altro ancora dovrebbe essere nei programmi scolastici del ministero dell’istruzione. Invece se anche professori del calibro di Viesti (dal quale mi aspettavo ben altre posizioni) insieme ad un prevedibile Adinolfi parlano di memoria inutile e di operazione nostalgica (“IL MATTINO” del 12/08/2017), tutto fa supporre che si voglia screditare sistematicamente l’inizio di un cambiamento sociale e culturale che potrebbe scaturire dalla decisione pugliese, facendola passare come un “C’eravamo tanto amati”.

La storia nazionale di ogni paese è intrisa di fatti di sangue che ne hanno segnato la svolta in una direzione piuttosto che in un’altra e in ogni paese tali svolte vengono ricordate con celebrazioni che siano di giubilo o di memoria. In Irlanda del Nord gli orangisti ogni 12 luglio ricordano (attraversando in parata i quartieri cattolici di Belfast) la battaglia del Boyne che segnò la fine delle rivendicazioni giacobite sul trono inglese in favore di William of Orange; negli Stati Uniti diverse commemorazioni, in ogni Stato e da ambo le fazioni, ricordano le vittime della guerra di secessione (la loro guerra civile che fece 700 mila morti) nel pieno rispetto l’uno dell’altro; tra qualche giorno, il 27 gennaio, tutte le scuole italiane ricorderanno il Giorno della memoria per le vittime della Shoah e in Italia una legge nazionale del 30/03/2014 ha riconosciuto, cito dall’art. 1 comma1, “il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. E il comma due dice: “Nella giornata […] sono previste iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso i giovani delle scuole di ogni ordine e grado. È altresì favorita, da parte di istituzioni ed enti, la realizzazione di studi, convegni, incontri e dibattiti in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Tali iniziative sono, inoltre, volte a valorizzare il patrimonio culturale, storico, letterario e artistico degli italiani dell’Istria, di Fiume e delle coste dalmate, in particolare ponendo in rilievo il contributo degli stessi, negli anni trascorsi e negli anni presenti, allo sviluppo sociale e culturale del territorio della costa nord-orientale adriatica ed altresì a preservare le tradizioni delle comunità istriano-dalmate residenti nel territorio nazionale e all’estero”.

Considerate solo il grassetto del comma 2 e ditemi se non è ragionevole aver istituito la Giornata della memoria “pugliese”. Che ognuno conosca per poter giudicare e sentirsi finalmente unito nelle vittorie così come nelle sconfitte della storia, del presente e del futuro. Altrimenti tutte le commemorazioni italiane di lieti o tragici eventi resteranno esclusivamente appannaggio di molti, ma non di tutti.

d.A.P.  

 

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