Unità non è unificazione.

Cominciamo dalla fine: “La verità è che l’unificazione della penisola nel 1861 ha sottratto il Meridione a un destino di depressione e di sottosviluppo, e lo ha fatto entrare stabilmente nella modernità”.

A dirlo è il professor Bedeschi, ravennate classe 1939, docente di Storia della filosofia all’Università La Sapienza di Roma. L’affermazione di cui sopra, è la chiosa finale di un assurdo articolo pubblicato su Il Foglio lo scorso 13 agosto. Ora, io vorrei occuparmi di fatti più recenti ma finché in rete troverò stupidaggini simili, sarò costretto a tornare, in questo caso, a sei mesi fa. E non vi nascondo che ho dovuto trattenermi nel moderare i miei pensieri, mentre scrivevo. “I successi del sud sono una lezione per i neo separatisti italiani” è il titolo del panegirico di Bedeschi su quanto siamo stati fortunati ad essere stati annessi al Piemonte nel 1861; sottotitolo: “La ripresa del Mezzogiorno (che c’è) la si spiega in due modi: storia e crescita. Un gran libro anti fake news”. Il libro anti fake news sarebbe quello di Guido Pescosolido, ordinario di Storia Moderna sempre a La Sapienza, “La questione Meridionale in breve”.

Ora, io non ho letto il libro, né ho intenzione di farlo, ma dall’estratto che si trova in rete credo di potervi assicurare che la questione meridionale, così come la intendono loro, è un fenomeno che assolutamente non può essere trattato “in breve”, perché “in breve” significa nozionistico e di nozioni in 150 anni ne abbiamo ascoltate anche troppe!

Vorrei, quindi, solo replicare a Bedeschi convinto che nel farlo replicherò anche a Pescosolido e rassicurarli sul fatto che nessuno vuole separare Ravenna dall’Italia.

I primati del Regno delle Due Sicilie che Bedeschi definisce favole, sono invece reali e l’errore madornale che egli commette nel considerare i dati, cosa che ho già illustrato diverse volte, è nell’ostinarsi a voler studiare l’industria separandone i settori e non considerandola per intero. Soprattutto egli enumera, per esempio nel caso del tessile, i telai o i fusi presenti nel nord Italia ed omette totalmente di parlare degli occupati, che sono indice molto importante per giudicare lo stato di salute di uno stato.

Così “in breve” Bedeschi scrive: “Contro queste favole [le rivendicazioni sul latrocinio piemontese – ndr] i dati statistici di cui disponiamo attestano che nelle regioni Piemonte, Lombardia, Veneto e Liguria, intorno al 1857 erano installati circa 350.000 fusi di cotone, mentre nel Regno delle Due Sicilie erano circa 70.000; nel 1866 i telai di lana erano 4.450 nelle regioni del Nord, contro i 1.640 del Sud; nel 1861 gli occupati dell’industria metalmeccanica erano 7.231 nel Nord, contro 2.500 nel Sud; nel 1866 la produzione di cuoio era di 8.209 tonnellate nel Nord contro 4.083 nel Sud; la produzione di ferro era di circa 17.000-18.000 tonnellate al Nord contro circa 1.500 al Sud”.

Credo, caro professore, che lei disponga dei sbagliati. In primis perché dovendo fare un confronto post-ante, non può riportare dati relativi al post annessione (vedi 1861 e 1866); in secondo luogo, lo ribadisco, il tessile non è solo cotone. Le illustro perciò i dati di cui dispongo io e tenterò di essere “breve”, ma non nozionistico.

Al primo posto delle esportazioni in valore duosiciliane c’era l’agricoltura mentre il tessile ne costituiva la seconda fonte. Il cotone, la lana e la seta erano i prodotti maggiormente esportati e prima dell’annessione piemontese il cotoniero contava su tre stabilimenti tra Salerno e provincia, uno a Piedimonte Matese e uno a Messina. Nello stesso periodo in Lombardia la filatura Ponti non raggiungeva le 500 unità impiegate, a Biella erano occupati 1600 operai e a Torino le industrie miste di cotone e lana contavano 3744 operai. Solo nel polo salernitano al vertice della sua produzione, invece, gli operai addetti alle fabbriche di tessuti erano 10244 e i fusi di cotone attivi (cosa che Bedeschi non specifica dei suoi 350 mila) erano 50 mila contro i 100 mila di tutta la Lombardia. L’industria tessile era capillarmente diffusa in tutto il Regno dalla valle del Liri fino al circondario di Sora così come in Abbruzzo, in Calabria, Basilicata e Puglia. Nell’industria del lino e della canapa (Bedeschi non ne parla, ma anche questo è tessile) trovavano impiego 100 mila tessitrici e 60 mila telai: si diede lavoro ad un mondo prevalentemente rurale e femminile. Anche la produzione della lana subì un notevole incremento grazie al miglioramento degli allevamenti e all’introduzione della varietà “merino” anche se il processo di trasformazione del manufatto si connotava con caratteri di industria domestica (come la prima rivoluzione industriale inglese). Per quanto riguarda la seta, Bedeschi ha ragione: sull’intera produzione italiana il Regno delle Due Sicilie pesava solo per il 17,5%, anche se la qualità ed il pregio delle sete napoletane erano di gran lunga superiori. San Leucio era il fiore all’occhiello della produzione del Regno (600 addetti, 130 telai per la seta e 80 per i cotoni) i cui prodotti erano acquistati da tutte le corti europee. Al suo interno si riunivano tutte le fasi della lavorazione dal baco fino al prodotto finito. Tuttavia il fattore di  modernità di San Leucio stava nel trattamento riservato agli operai che non aveva eguali in tutta Europa: lo statuto che regolamentava l’opificio prevedeva per tutti gli operai una casa, gli strumenti di lavoro, l’assistenza medica, l’istruzione obbligatoria per tutti i bambini dopo i 6 anni, la pensione di invalidità e di vecchiaia e i mezzi di sussistenza per la vedova e gli orfani dei lavoratori. All’avanguardia è dir poco. Bedeschi mi può trovare condizioni di lavori simili nelle fabbriche del Nord?

Siamo tutti d’accordo, lo è anche Bedeschi, nel dire che le produzioni italiane erano ben lontane dal poter essere paragonate a quelle delle grandi potenze industriali europee. L’Italia ha affrontato e vinto la battaglia per la rivoluzione industriale troppo tardi e ancora nel XIX secolo nello stivale parliamo di pre-industrializzazione. Tuttavia il Regno delle Due Sicilie dava segnali economici molto positivi, anche nell’industria metalmeccanica intimamente legata a quella tessile per via della produzione di macchinari. A dirlo non sono io, ma Edoardo Spagnuolo, molto più attendibile, del quale vi riporto un estratto di un articolo sulla rivista “Le Due Sicilie” del 2001: “Lo sviluppo dell’industria tessile, l’introduzione delle navi a vapore e il grandioso progetto ferroviario dei tecnici duosiciliani contribuirono allo sviluppo di una notevole industria metalmeccanica in tutto lo Stato delle Due Sicilie. […] Si costituì il Reale Opificio Meccanico e Politecnico di Pietrarsa nei pressi di Napoli che si estendeva per oltre tre ettari ed era dotato della tecnologia più avanzata. […] Venne istituita la Real Fonderia in Castelnuovo, dove lavoravano 500 operai, la Real Manifattura delle armi in Torre Annunziata con annessa fonderia, che insieme impiegavano quasi 500 operai, e ancora l’Arsenale di Napoli e il Cantiere Navale di Castellammare, dove lavoravano 2000 operai specializzati. Presso l’Opificio di Pietrarsa ad esempio, sin dalla fondazione, fu istituita una “Scuola degli Alunni Macchinisti”, che si proponeva di formare operai specializzati per il settore metallurgico. La società industriale Zino & Henrv stabilì presso il Ponte della Maddalena una officina meccanica in cui lavoravano 300 operai. Questa officina produceva macchine tessili, vagoni ferroviari e fornì le attrezzature per l’illuminazione a gas di Napoli, prima fra le città italiane preceduta solo da Londra e Parigi. Cento operai lavoravano in un’altra industria napoletana per la produzione di macchine agricole e tessili. Sessanta operai lavoravano nell’industria metalmeccanica dei fratelli La Morte a Napoli e un altro migliaio di operai erano impiegati in varie officine minori in tutto il Napoletano. 1500 operai lavoravano alla ferriera di Mongiana in Calabria sorta per iniziativa del Governo con stabilimenti a Pazzano e a Bigonci. Tali impianti disponevano di 4 altiforni con una produzione annua di 21.000 quintali di ghisa. 50 operai specializzati e un altro centinaio lavoravano nello stabilimento metalmeccanico di Cardinale, sempre in Calabria, tra i più importanti del Regno, con 9 altiforni e una produzione annua di 2.000 quintali di ferro. Importanti erano gli stabilimenti siderurgici di Fuscaldo in Calabria, di Picinisco in Terra di Lavoro, di Picciano in Abruzzo, di Atripalda presso Avellino con una produzione annua, in quest’ultimo, di 2.500 quintali di ferro. È impossibile elencare tutti i piccoli e medi opifici metalmeccanici sorti grazie all’intraprendenza degli artigiani locali o di imprenditori del settore tessile interessati ad acquistare le macchine necessarie. 300 operai lavoravano in un’officina meccanica a Bari per la produzione di macchine agricole. Varie altre piccole officine meccaniche erano sparse per tutta la Puglia tra le quali in Lecce, Foggia, Spinazzola, ecc. quasi tutte specializzate nella fabbricazione delle macchine agricole in particolare per la macina delle olive. […] Questi molto brevemente alcuni numeri del solo settore metallurgico nel Regno delle Due Sicilie prima che la ruspa sabauda distruggesse tutto”.

Ma cosa fece la ruspa sabauda per distruggere tutto ciò? Ce lo dice lo stesso Bedeschi nel suo articolo giungendo poi ad una conclusione alquanto inverosimile: “E’ vero che per il Mezzogiorno aumentò il carico fiscale rispetto alla tenue fiscalità borbonica. E’ vero che l’estensione al Mezzogiorno del regime doganale liberista significò l’abbattimento dall’oggi al domani dell’80 per cento della barriera protettiva rispetto alla concorrenza estera (entrò così in crisi buona parte del già modesto apparato industriale meridionale sia nel settore siderurgico, cantieristico e meccanico, sia in quello della lana e del cotone). E’ vero che con la vendita dei beni dell’asse ecclesiastico ci fu un drenaggio di capitali dal Mezzogiorno al Nord: ma questo fenomeno si rivelò un fattore di positiva trasformazione delle campagne del Mezzogiorno, perché gli acquirenti di quei terreni furono per lo più esponenti della borghesia agraria meridionale, che ne elevarono, con ulteriori investimenti, produttività e redditi, con ricadute positive per l’intera agricoltura del Sud”. Bedeschi in pratica conferma quello che la contro-storiografia risorgimentale afferma da tempo: i terreni che i Borbone avevano sottratto alla borghesia e alla nobiltà per ridistribuirli ai braccianti, furono confiscati a questi ultimi per essere ricomprati dai primi. Questo era il patto borghese-nobile-sabaudo o se volete il primo prezzo pagato dalla popolazione per l’annessione. Di fatto il meridione fu trasformato nel granaio del nord che potette così concentrarsi sullo sviluppo industriale a nostre spese, nel senso che tale sviluppo fu pagato dalle popolazioni meridionali per ben tre volte: la prima con i capitali sottratti, la seconda con l’aumento delle tasse, la terza con la fornitura di prodotti agricoli a basso costo in virtù del regime di libero mercato che mandò in crisi la prima produzione agricola e di esportazione del Regno borbonico: l’olio.

Per quanto riguarda poi l’alfabetizzazione e le ferrovie invito il professore a leggere l’articolo de Il Borbonico “Che c’entra l’Inghilterra – Parte III” dove tratto, tra le altre cose, anche questi argomenti. Sostengo esclusivamente il fatto che tutti i dati relativi all’alfabetizzazione nel Sud partono dal 1871, ovvero dieci anni troppo tardi, quando cioè il sistema di istruzione borbonico era già morto e sepolto e soprattutto non rimpiazzato.

Tuttavia i libero-scambisti sabaudi si riconvertirono, al momento sbagliato, al protezionismo borbonico (tanto denigrato, ma tanto utile per uno stato pre-industriale) e ce lo dice sempre Bedeschi: “Una vera e propria svolta ebbe luogo nel 1887, con l’adozione da parte dell’Italia della tariffa protezionistica, che introdusse un forte dazio sulle importazioni di grano e sui principali prodotti industriali: la componente più dinamica della imprenditoria agricola e l’intera società meridionale pagarono un pesante tributo. […] Inoltre, esso [ il Mezzogiorno – ndr] fu costretto ad acquistare i prodotti industriali del Nord a prezzi più alti rispetto a quelli dei prodotti stranieri sottoposti al dazio”. Questo è il punto esatto nella storia, caro Bedeschi, nel quale comincia il calvario del Sud che verrà letteralmente massacrato economicamente, causando l’emorragia dell’emigrazione. Perché? Ce lo spiega ancora lo stesso Bedeschi: “per garantire l’avvento di un processo di industrializzazione al Nord, nel superiore interesse della collettività nazionale e (in prospettiva) dello stesso Mezzogiorno”. In prospettiva? Devo aver letto male….Bedeschi in sostanza certifica quello che tutti noi sosteniamo dati alla mano e lo giustifica nell’interesse della collettività e, in prospettiva, dello stesso Sud. Io non vorrei essere scortese, professore, ma il Sud sta ancora aspettando questa prospettiva. Un governo illuminato, per non dire intelligente e assennato, avrebbe puntato su tutto ciò che di buono c’era al Sud creando una vera unità economica e territoriale ed evitando la grande frattura. Di lì a poco, a danno praticamente fatto, partono gli interventi speciali per il Sud che ci hanno fatto diventare un “caso nazionale”. Leggete cosa dice Bedeschi: “Negli anni successivi i governi italiani realizzarono grandi interventi nel Sud: nel 1904 la legge speciale per l’incremento industriale di Napoli, che portò alla creazione dello stabilimento siderurgico di Bagnoli; la legge speciale per la Basilicata (1902), per le province meridionali (1906), per la sistemazione idraulico-forestale dei bacini montani (1911). Furono costruiti altresì l’acquedotto pugliese e la direttissima Roma-Napoli. Tutti questi sforzi per favorire l’industrializzazione e creare infrastrutture e servizi, non modificarono però la differenziazione tra un Sud eminentemente agricolo-commerciale e un Nord industriale: tale differenziazione divenne un dato sistemico”.

Allora grazie: ci avete dato Bagnoli ed il suo inquinamento, il petrolio in Sicilia ed in Basilicata per il quale ancora oggi le due regioni prendono le royalties più basse del mondo (il 4% e il 7% contro l’85% della Nigeria ed il 90% della Norvegia) e tutto il resto: ma tutti questi sforzi non hanno avuto come scopo lo sviluppo, piuttosto le commesse alle imprese settentrionali che hanno costruito e sono state pagate con i soldi pubblici. Può dissentire professore? Il guaio è che però il professore insiste (e tralascio di commentare il ventennio fascista per brevità, chè tutti sanno come sono andate le cose per il Sud in quel periodo): “In realtà, un intervento massiccio, di straordinaria ampiezza, nel Mezzogiorno fu compiuto nel secondo dopoguerra dai governi democratici-cristiani coi loro alleati laici (a partire dai governi De Gasperi): attraverso la riforma agraria (che ebbe molti limiti, ma che liquidò il vecchio ceto latifondistico, che aveva sempre avuto un ruolo fondamentale); attraverso la Cassa per il Mezzogiorno (che realizzò bonifiche, irrigazioni, infrastrutture e opere pubbliche in genere, istruzione di base e tecnico-professionale)”. E ancora: “Furono gli anni della motorizzazione di massa, alla quale anche il Mezzogiorno partecipò. [e che fecero la fortuna di Agnelli & Co. – ndr] […]  Nacquero così nel Mezzogiorno aree di sviluppo industriale e nuclei di industrializzazione. In Puglia con il centro siderurgico di Taranto [ l’ILVA dei Riva che tanto bene ha fatto e fa alla gente di Taranto – ndr] e i complessi chimici e petrolchimici di Brindisi; in Sardegna [che non è Sud, professore, bensì Sabaudia] con gli stabilimenti chimici, petrolchimici e cartari di Cagliari, Sassari e Porto Torres; in Sicilia con le raffinerie di Gela e Siracusa; in Campania con le aree di sviluppo di Caserta, Napoli e Salerno, e con i nuclei di industrializzazione di Avellino e Benevento, si ebbe una crescita consistente delle attività industriali, che modificò in misura significativa la fisionomia produttiva dell’intero Mezzogiorno”. Ora, andate a vedere delle aree di sviluppo di cui parla Bedeschi cosa è rimasto. La politica della Cassa del Mezzogiorno ha inaugurato la colonizzazione industriale del Sud da parte del Nord la quale ha prodotto occupazione durante i periodi incentivati e disoccupazione quando i signori imprenditori hanno chiuso e sono tornati a casa. In particolare, oggi, l’area industriale di Napoli è presidiata ed occupata dalle aziende cinesi che ne hanno fatta la loro roccaforte. Può confutare Bedeschi? Infine, prima dell’assunto con il quale ho aperto l’articolo, il professore afferma che “quanto è stato seminato nel Mezzogiorno non è andato perduto. Se è vero che – come Pescosolido mette in rilievo nel suo libro, e come ha illustrato di recente su “Il foglio” del 3 agosto u.s. – dal 2015 il pil pro capite del Sud ha ripreso ad aumentare più di quello del Centro-Nord. Ha confermato tale superiorità nel 2016, e conferma una crescita anche nel 2017. Con due elementi di solidità che non vanno persi di vista. Il primo è che la ripresa del pil è stata accompagnata anche da un leggero aumento dell’occupazione. Il secondo è che, per la prima volta in misura consistente dagli anni novanta del secolo scorso, c’è stata una ripresa degli investimenti privati che ha compensato la contrazione degli investimenti pubblici”.

Vero, ma la piccola ripresa è frutto di politiche locali oculate e mirate e non di piani straordinari che storicamente hanno favorito sempre l’industria settentrionale. In breve da quando lo stato ha interrotto la politica degli interventi straordinari e degli investimenti pubblici, le cose hanno cominciato a funzionare. Forse anche perché gli investimenti privati provengono da imprenditori meridionali che hanno interesse davvero a rimanere sul territorio e ad essere decisivi per il suo futuro: guardi per esempio, ultimo in ordine cronologico, Giovanni De Lisi.

La verità, caro Bedeschi, è che l’annessione al Piemonte fu per il Sud l’inizio della fine di quel percorso iniziato dai Borbone e che nel tempo si sarebbe rivelato sicuramente vincente se non fosse stato bruscamente interrotto e rimpiazzato da una politica affaristica e torino-centrica come quella sabauda.

In breve l’Italia aveva bisogno di essere unita e non unificata. La differenza la deduca lei.

d.A.P.

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