Il CdM del governo Meloni sdogana, tra gli applausi (solo i loro), il disegno di legge Calderoli. Il dado è tratto, ora il Sud deve reagire.

di Paolo Nino Catileri

È una vera e propria dichiarazione di guerra quella partorita dal CdM di ieri. Non una dichiarazione di guerra all’unità d’Italia (quella a conti fatti non esiste), bensì al Sud, all’area più povera (da ogni punto di vista) del paese e dell’Europa. Ormai è stato ripetuto fino alla nausea: l’autonomia differenziata è lo stratagemma escogitato dalla Lega Nord per cristallizzare il divario e per drenare ancora, e in quantità sempre maggiore, le risorse del Sud al nord. Perché se non si distribuisce in modo equo la ricchezza sul territorio dando la possibilità a chi è indietro di recuperare, allora si finisce per dare ancora di più al ricco, togliendo al povero.

Insomma, è la versione “contemporanea” della vecchia quanto iniqua e fallimentare teoria della locomotiva messa in atto dalla Lega trent’anni orsono (già dal 1994) e che ci regalò prima la riforma del titolo V nel 2001 e poi nel 2009 la legge sul federalismo fiscale che nei fatti spaccò l’economia italiana in due tronconi distinti e separati: investimenti al nord che doveva “trainare” il paese, briciole a Sud che doveva crescere. Sono le stesse parole che si trovano nella relazione illustrativa al disegno di legge Calderoli: “L’auspicio [per Calderoli ndr] è che tutti aumentino la velocità: sia le aree del Paese che con l’autonomia possono accelerare sia quelle che finalmente possono crescere”.

Tuttavia, gli auspici di Calderoli sono in realtà nefasti presagi. Perché nel DDL non si menzionano affatto con quali risorse il Sud dovrebbe crescere fermo restando l’attuale divario che si accrescerebbe a dismisura. Anche questo è scritto di proprio pugno da Calderoli quando afferma che alle regioni che non dovessero richiedere l’autonomia differenziata (o come meglio specifica il ministro trattasi di regionalismo asimmetrico) verrà comunque garantita “l’invarianza finanziaria”, ovvero se hai poco rispetto ai servizi che per Costituzione dovresti erogare, continuerai a ricevere poco. Di fronte a questa affermazione allora verrebbe naturale aderire al regionalismo asimmetrico, ma in realtà non è così. Perché nell’aggettivo asimmetrico sono racchiuse tutte le deviazioni del prototipo leghista. Vediamo in sintesi perché:

  • Fondo di perequazione: sarebbe il fondo già esistente dal quale tutte le regioni che non aderiranno al regionalismo asimmetrico potranno attingere per adeguare i propri servizi. Peccato che già dalla sua creazione questo fondo perequi solo il 46,8% del totale e con il drenaggio di risorse, ovvero con i minori versamenti da parte delle regioni più ricche, si assottiglierà ulteriormente;
  • Determinazione dei LEP – parte 1: è differente dal finanziamento. Anche se determinati, i LEP andranno poi finanziati e in tal senso il DDL prevede una compartecipazione al gettito da parte dello Stato attraverso uno più tributi erariali a livello regionale in modo da garantire l’integrale finanziamento delle funzioni attribuite. In sostanza si tratta di trattenere quel famoso residuo fiscale che confluiva nel fondo di perequazione nazionale in barba a quanto affermato dal ministro quando sostiene che la determinazione dei LEP debba avvenire senza maggiori oneri a carico della finanza pubblica;
  • Determinazione dei LEP – parte 2: nel DDL si individua come indicatore per la determinazione dei LEP la spesa storica dell’ultimo triennio (quello della pandemia e della crisi energetica per intenderci) che ha visto spese pazze al nord. Non si parte dunque dalle reali esigenze, bensì, ancora una volta, da una spesa storica ancor più “gonfiata” dal periodo di riferimento. Ecco perché con il regionalismo asimmetrico si tende ad aumentare il divario e non a ridurlo. E come se non bastasse, oltre al danno c’è la beffa: nel DDL si prevede, infatti, che nel caso in cui la determinazione dei LEP determini nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, “si potrà procedere al trasferimento di funzioni solo successivamente all’entrata in vigore dei provvedimenti legislativi di stanziamento delle necessarie risorse finanziarie coerenti con gli obiettivi di finanza pubblica”. Nei fatti se a Reggio Calabria occorrono 63 asili nido in più (com’è vero!) e per crearli si determinano maggiori oneri per la finanza pubblica, Reggio Calabria gli asili se li può scordare. Una condizione che a Reggio Emilia (stessi abitanti di Reggio Calabria, minor numero di bambini, e 66 asili nido)  certamente non patiranno;
  • Modifica dei LEP: nel DDL è prevista la modifica dei LEP e/o la determinazione di ulteriori, secondo l’andamento dell’anno precedente, e le Regioni interessate saranno tenute all’osservanza delle modifiche e delle revisioni delle risorse relative. Dunque, i LEP possono essere aumentati, diminuiti e potranno esserne determinati di nuovi. Date le premesse secondo voi dove aumenteranno e dove diminuiranno? Dove ce ne saranno di nuovi? Fatta la domanda, datevi la risposta;
  • Tempi brevi per le contrattazioni: il DDL è concepito per bypassare tutte le legittime obiezioni che una attenta analisi, di un vero governo nazionale, potrebbe addurre alle contrattazioni stato/regione: trenta giorni per approvare le richieste delle regioni, scaduti i quali esse passano automaticamente all’esame del Parlamento che ha sessanta giorni di tempo per esprimere atti di indirizzo, e non modifiche, scaduti i quali e valutato o meno l’accordo, quest’ultimo verrà comunque sottoscritto.

E poi c’è la ciliegina sulla torta: sempre nella relazione illustrativa del DDL si legge che “La soluzione di una legge generale di attuazione dell’art. 116, terzo comma, della Costituzione, pur non essendo prevista espressamente dalla Costituzione, persegue più facilmente due obiettivi primari: un più ordinato e coordinato processo di attuazione; un più ampio coinvolgimento delle Camere.”

Capito? Non è costituzionalmente previsto un DDL per attuare le autonomie, bensì sarebbe sufficiente una semplice contrattazione Stato/Regione che però avrebbe tempi lunghissimi e parametri “incerti”.

Ecco perché il “più ordinato e coordinato processo di attuazione” equivale a dire “decidiamo noi, ora che possiamo, il metodo di attuazione che ci avvantaggia di più” e perché il “più ampio coinvolgimento delle Camere” sta per “limitiamo al massimo le interferenze del Parlamento dando l’illusione di coinvolgerlo”.

Insomma, mani e piedi legati per tutti. O si fa come dice il nord nella sua dichiarazione di guerra, o la Meloni torna a vendere carciofi, ma il Sud è pronto a procurar battaglia.       

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