No, non sto per parlarvi del famoso brano dei Pink Floyd contenuto in Animals del 1977. Voglio parlarvi però di tre tipi diversi di maiali protagonisti di una truffa da 90 milioni di euro ai danni dei consumatori italiani e dell’Unione Europea. Truffa che se avesse visto protagonista il Sud Italia avrebbe fatto certamente più notizia di quanta non ne abbia fatta questa, partita da Torino e allargatasi in tutto il nord. Eh sì, perché noi qui al Sud siamo imbroglioni, truffatori e malviventi; non paghiamo le tasse e con i soldi che rubiamo facciamo la bella vita e passiamo il tempo a grattarci la pancia aspettando il “reddito di cittadinanza”. Lì al nord invece sgobbano dalla mattina alla sera, si guadagnano il loro pane quotidiano onestamente e pagano le tasse pure per noi! Soprattutto quelli per i quali è più “difficile” evaderle come i consorzi di imprese.

E così accadde che, molti anni orsono, i signori degli allevamenti del Nord, d’accordo con la burocrazia europea e con la Germania (produttrice del 25% della carne suina europea) regolamentando per la nostra sicurezza e per le loro tasche gli allevamenti suini, bovini e ovini presenti nell’Unione, fecero in modo di eliminare la già esigua concorrenza meridionale dei piccoli allevamenti, impossibilitata a seguire tali direttive che richiedevano ingenti investimenti per essere rispettate. Di fatto fu scritta la parola fine sulle nostre piccole realtà, costrette a chiudere i battenti, a favore dei consorzi del nord. Ora ci si aspetterebbe almeno che essi rispettassero le regole e mettessero sul mercato i prodotti DOP che dicono di produrre. E invece sembra proprio di no, almeno per quanto riguarda il prosciutto di Parma e il San Daniele (ma vedremo, in seguito, il perché non possiamo avere garanzie su tanti altri prodotti).

Ed è qui che entrano in gioco le tre tipologie di maiali del titolo preso in prestito dalla band inglese: il primo maiale è il verro italiano, il secondo è il Duroc danese, il terzo, anzi, i terzi sono i protagonisti nonché organizzatori di questa truffa che il Fatto Alimentare ha denunciato e chiamato “Prosciuttopoli” e della quale nessuno, tra carta stampata e televisioni, ha ritenuto opportuno parlare: infatti una delle conseguenze delle associazioni a delinquere è l’omertà di coloro che ne traggono profitto.

I disciplinari di produzione del prosciutto San Daniele e di Parma, prevedono rigorosamente l’impiego di verri italiani per l’inseminazione delle scrofe e norme severe su tempi di allevamento, livelli di crescita, tipo di alimentazione e, appunto, impronta genetica. Per questo motivo, se le scrofe vengono inseminate con un seme non riconosciuto, il reato è considerato gravissimo. “Non si tratta di sfumature, dice il Fatto Alimentare, perché le razze per i due prosciutti Dop vengono macellati dopo un periodo minimo di 9 mesi, quando hanno raggiunto 160 kg (con una tolleranza del 10%).  Trattandosi di animali a crescita lenta con uno sviluppo muscolare non esagerato, alla fine si ottiene un livello di grasso di copertura ottimale per la stagionatura e una carne con poca acqua”. Queste sono le caratteristiche principali del prodotto finito Dop.

Ma allora perché dal 2014 si è introdotto in 140 allevamenti di Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna, l’uso del Duroc danese? Perché andare ad intaccare un’eccellenza riconosciuta e apprezzata nel mondo? Semplice: per soldi! “L’inseminazione con il seme di verri di Duroc danese è economicamente vantaggiosa perché i maiali arrivano ai 160 kg previsti dopo 8-8,5 mesi, e non dopo 9-10 come si registra con le tipiche razze di suino pesante ammesse dal disciplinare. Il vantaggio per gli allevatori è sin tropo evidente: meno mangime da somministrare ai maiali, migliore efficienza nella conversione alimentare e minor lavoro nella gestione degli animali”. I problemi però nascono nelle successive fasi di lavorazione dopo la macellazione perché la veloce crescita degli animali determina una muscolatura poco matura, con un livello di grasso sottocutaneo e di copertura insufficiente al periodo di stagionatura, ragion per cui alla fine il prosciutto non ha il sapore, la consistenza e l’aspetto tipico del prodotto Dop.

L’inchiesta aperta dal procuratore di Torino Pacileo, ha evidenziato come tutto sia partito proprio da un laboratorio genetico torinese, (toh, non perdono mai il vizio di rubare!) il cui nome non è dato sapere per la riservatezza delle indagini (o per non farlo fallire, perché al nord devono lavorare). Tuttavia da qui è partita la commercializzazione dello sperma danese che ha poi preso piede attraverso un patto neanche tanto tacito tra gli allevatori. E successivamente la vicenda ha visto il coinvolgimento anche di macelli e di prosciuttifici, che accettavano di buon grado il sistema perché la resa della carcassa era maggiore e i prosciutti più magri, cioè con meno grasso, risultavano anche più graditi ai consumatori attenti alla linea. Quindi riassumendo: gli allevatori avrebbero introdotto i maiali danesi; gli ingrassatori avrebbero venduto gli animali prima dei nove mesi previsti; i macellai li avrebbero lavorati nonostante fossero di peso diverso rispetto a quanto dettato dai Disciplinari; i prosciuttifici avrebbero chiuso un occhio sulla qualità della carne. Accidenti: verrebbe da dire che al nord sono proprio “organizzati”!

E non è finita: ben più grave è la posizione di chi avrebbe dovuto controllare ovvero l’Istituto Parma Qualità e IFCQ Certificazioni. I due enti certificatori, che operano su mandato del Ministero delle Politiche Argricole, dal 1 maggio sono stati commissariati, per sei mesi, dall’ Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari del ministero che ne ha esautorato l’esecutivo resosi responsabile di questa “svista”. Il problema tuttavia sta nel fatto che questi due enti sovrintendono al rispetto dei disciplinari di quasi tutte le eccellenze agroalimentari italiane. Infatti l’elenco comprende, oltre ai due prosciutti Dop, “tre referenze per l’Istituto Parma Qualità (Prosciutto di Modena, Culatello di Zibello, Salame di Varzi),  e 22 per l’Ifcq Certificazioni (Prosciutto Veneto Berico Euganeo Dop, Cinta Senese Dop, Stelvio Dop, Fiore Sardo Dop, Speck Alto Adige Igp, Agnello di Sardegna Igp, Kiwi Latina Igp, Pecorino Romano Dop, Pecorino sardo Dop, Valle d’Aosta Jambon de Bosses Dop, Valle d’Aosta Lard D’Arnard Dop, Prosciutto Toscano Dop, Prosciutto di Carpegna Dop, Salamini italiani alla cacciatora Dop, Salame Brianza Dop, Prosciutto di Sauris Igp, Mortadella Bologna Igp, Cotechino Modena Igp, Zampone Modena Igp, Salame Cremona Igp, Finocchiona Igp, Pitina Pnt)”. Manco a dirlo tutti al nord. Ma allora, a voler pensar male, chi ci garantisce che non ci siano difformità rispetto ai disciplinari di tutti gli altri prodotti elencati? Sto esagerando? Non credo. È la cosiddetta politica del “chiagne e fotte” tanto cara ai nostri fratelli nordisti quando si tratta di sbatterla in faccia a noi altri, ma che loro sanno bene mettere in pratica senza essere scoperti, almeno finora.

In particolare le falle nei controlli che doveva effettuare l’IFCQ sarebbero dipese dal nuovo management approdato in seguito all’acquisizione del ramo d’azienda titolare delle certificazioni da parte dell’Istituto Nord Est Qualità (INEQ), quello stesso Nord Est che traina l’economia italiana e che ha chiesto maggiore autonomia con un referendum lo scorso ottobre. Adesso ne comprendiamo meglio anche il motivo: senza controlli stringenti, si può frodare meglio. Insomma l’accusa di frode in commercio, aggravata per l’utilizzo di tipi genetici non ammessi dal disciplinare dei consorzi, ha coinvolto l’intera filiera e , inoltre, la stessa posizione dei consorzi, che si sono affrettati a dichiararsi parte lesa, non risulta del tutto chiara. Non si comprende infatti come nessuno si sia accorto che 140 aziende dal 2014 hanno venduto circa 300 mila cosce di maiale non adatte al tipo di stagionatura prevista, ma ribadisco che la cosa  più grave è l’omertà dei mezzi di comunicazione: nessuno ne ha parlato eccetto il Fatto Alimentare. Certamente il danno economico sarebbe stato ingente e alle aziende del nord uno sgarro simile non lo si deve fare; se fossero state del Sud il problema non si sarebbe posto, perché tanto lì nell’illegalità ci vivono e non si sarebbe raccontato nulla di nuovo. E così io qui al sud, e come me tant’altra gente, ho pagato per quattro anni tra i 35 e i 65 euro al chilo un prosciutto che tutto era fuorché DOP; e nessuno di questi spacciatori è stato ancora punito! Ma forse sono io l’ingenuo a chiedere uniformità di trattamento; sono io, forse, l’ingenuo a pensare che allevatori furbetti dovrebbero essere allontanati dalla filiera, che i laboratori di certificazioni conniventi dovrebbero essere sanzionati pesantemente o del tutto chiusi e che i prosciuttifici “distratti” non esistono e che il lavoro dei consorzi sarebbe quello di capire quando le cose non funzionano prima dell’intervento dell’autorità giudiziaria. Tutto questo qui al sud vale ed esiste, perché al sud si vive nell’illegalità che deve fare notizia per dovere di cronaca e deontologia professionale (e pazienza se si danneggia la sua economia già fragile); se accade al nord, va sottaciuta perché lì sarebbe uno scandalo troppo grande da sopportare, un caso sporadico da non pubblicizzare per salvaguardarne l’economia che ne riceverebbe un danno gravissimo. Una farsa (come cantano anche i Pink Floyd), una buffonata, una barzelletta: signore e signori, benvenuti in Italia!

d.A.P.

* Brano dei Pink Floyd contenuto nell’album Animals del 1977

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